RPM: Gianmaria Testa "Solo - dal vivo"
RPM: Gianmaria Testa "Solo - dal vivo"
di Carlo Babando

Strano confrontarsi una volta ancora con il taglio inusuale di questa rubrica, con il raccontare un disco come fosse una pagina di diario che non si è mai sfogliato. Succede sempre qualcosa di inaspettato a risollevare ricordi di un tempo che non c’è più eppure, quasi senza volerlo, resti piacevolmente intrappolato in una storia che non finisce. Sì, perché ciò che è stato ti si ficca nelle tasche del cappotto e non se ne va, neanche se lo metti a prendere aria per tutto l’inverno. Inverno appunto, anzi non ancora, perché era appena ottobre quando ho visto per la prima e unica volta Gianmaria Testa cantare su un palco. Se vi siete sciroppati già il primo RPM a firma del sottoscritto, forse ricorderete che la mia adolescenza era stata spesa allegramente tra cassette di Bob Marley e cd sbrecciati dei Velvet Underground, una certa reticenza per i professori noiosissimi (ma non tutti) del liceo classico di una piccola città al centro della Sicilia e il fumo puzzolente della marmitta di uno scooter truccato. Non vi mentirò: ero tentato di seguire un ordine cronologico e uscirne con uno dei dischi che ha segnato i miei primi anni universitari, all’ombra di due torri molto molto lontane dalle palme di Caltanissetta. Poi invece ho pensato che sarebbe stato ancora più bello approfittare di questo spazio per un ricordo di qualche tempo dopo, quando Bologna era già diventata a tutti gli effetti la mia nuova casa – ammesso che “casa” siano strade o muri, piuttosto che persone e profumi – e un concerto in seconda galleria poteva farti passare tutta l’ansia del conto alla rovescia prima di un esame. Ero entrato in contatto con la musica di Gianmaria Testa qualche anno prima, quando alla sbornia per il folk americano era subentrato il bisogno di rifare pace con il cantautorato di casa, o perlomeno con il concetto di “canzone” pensata con un testo in italiano, con un significato da capire senza alcuna mediazione. In una parola, ero enormemente curioso di capire se ero ancora in grado di farmi emozionare da una voce più vicina alla mia di quanto non lo fosse quella di un William Elliott Whitmore o un Robert Fisher (giusto per non toccare i mostri sacri), senza sentire le solite ingenuità sugli anni zero e le difficoltà esistenziali di chi solitamente pasteggia a birretta e fa tardi la notte perché non ha niente da fare quando in alto splende il sole. […]

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