RPM - PINK FLOYD: UMMAGUMMA
RPM - PINK FLOYD: UMMAGUMMA
Riccardo Bertoncelli

IL 1969 FU un anno magnifico per i Pink Floyd e per me. Ci conoscevamo da un po’ ma fu quell’estate che entrai nella band, per uscirne sdegnato l’autunno dopo, quando quel giardino aromatico venne profanato da Lulabelle III, la sciagurata bovina. Quanto odiai quel disco così terra terra, così tronfio e per niente psichedelico, e quanto invece avevo amato See Emily Play, con gli echi di una Londra underground che non conoscevo (nessuno qui in Italia ne aveva la minima idea) e proprio per quello immaginavo con gioia, fantasticando da piccoli ritagli di news musicali e passaggi esoterici a Bandiera Gialla e Count Down. Nessuno ci aveva avvisato del 14th Hour Technicolor Dream ma il nome dell’UFO era filtrato, ed era magico, e l’International Times di Miles e “Hoppy” Hopkins, e i Pretty Things e i Tomorrow, e Keith West che ogni tanto si affacciava alla radio con il suo Excerpt From A Teenage Opera, e i Syn, di cui cercai invano un album per mesi scoprendo alla fine che non era colpa del mio pusher, è che proprio quei favolosi zero non si erano laureati su LP. I Pink Floyd invece la laurea l’avevano presa subito, ed era stato Syd Barrett a discuterla all’università di Abbey Road con una tesi sulle connessioni tra Winnie The Pooh, Lewis Carroll e il dottor Leary; solo che da noi chi lo sapeva?, al massimo era arrivato il 45 giri di See Emily Play con quella favolosa copertina di macchie colorate che suonava una perfetta intro prima ancora della puntina sul vinile.
Barrett perse il senno, l’UFO chiuse i battenti, l’International Times fu serrato e riaperto mentre il bradipo Gilmour strisciava verso la band. Da noi silenzio assordante. Fino all’arrivo di Lulabelle, cosa credete?, i Pink Floyd in Italia erano dei nessuno. Io ero entrato come quarto della Experience di Jimi e poi membro esterno dei Mothers Of Invention, quindi avevo bellissime cose da fare, e See Emily Play non lo avevo dimenticato ma ero scettico su quelle favolose promesse di electric music for the mind and body chissà se ancora valide. Poi successe un fortunato impiccio. Era l’inizio di luglio del 1969. Un amico mi prestò A Saucerful Of Secrets e io il giorno dopo ci litigai tanto ferocemente che tenni quell’album in ostaggio per tutta l’estate. Non mi presentai all’appuntamento per restituirlo e di lì a pochissimo partii per il remoto posto in montagna dove ogni anno venivo deportato per un mese e mezzo. Dire che ascoltai quell’album è poco: lo divorai piuttosto, lo distillai nella mente e nel cuore, eccitandomi per tutto quello che mano a mano trovavo, ben più maturo e audace e sfolgorante dei giovani Floyd che avevo assaggiato. Mi piaceva l’aria di mistero che permeava quei brani, un viaggio davvero interstellare nel cosmo sonoro che Jimi aveva indicato e che fino a quel momento era stato interdetto a noi poveri mortali rock, terra incognita dove (forse, ma chi li aveva ascoltati?) si erano avventurati gli Stockhausen, Edgar Varèse, Terry Riley, AMM, MEV – dico i nomi che giravano allora, li dico alla rinfusa come venivano nominati, senza senso né vera conoscenza, satelliti di cui non conoscevo il tragitto ma che sentivo dominare le mie orecchie dall’alto, molto dall’alto, dal profondo dello spazio. […]


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