RPM: The Clash "Sandinista!"
RPM: The Clash "Sandinista!"
di Stefano I. Bianchi

Testo e contesto 1
Non fatevi fregare da chi oggi ne parla come di un momento epico e mitico: il punk, in Italia, sciacquò via come acqua fresca. Non rilevato, inesistente, nullo se non nelle fantasie di qualche centinaio di persone. Almeno nel momento in cui accadeva: qualche articolo in bassa nella pagina delle cronache cittadine dove si raccontava di gruppi di ragazzetti anglomani che si abbigliavano in maniera strana e facevano qualche controllabilissimo casino: nessuna rivista che monitorasse il fenomeno a parte Rockerilla, che però fino al 1980 aveva una distribuzione carbonara e all’inizio copriva tutt’altre cose, e pochissime radio ‘libere’ che ne trasmettevano la musica a tarda notte o in spazi ben circoscritti. Poi certo che arrivò e lasciò qualche pur flebile segno, ma anni dopo, quando là dove era nato e vissuto aveva ormai esaurito qualunque potenziale ipoteticamente ‘sovversivo’ e il mondo della musica era già in tutt’altre faccende affaccendato: diciamo circa 1980, tenendo ben presente che in quei giorni ogni anno era lungo almeno cinque di quelli odierni.
A quei tempi l’Italia era uno strapaesone provinciale ben poco emancipato rispetto alla cultura tradizionale campagnola, lo stesso che per tanti versi continua ad essere ancora oggi. Sessanta milioni di abitanti, come no, ma le nostre due città più grandi stanno sotto ai due milioni, mentre in Inghilterra c’è Londra coi suoi diciotto e passa, e idem Parigi, Berlino e tutto il resto, e il punk è cosa urbana, non strapaese. Gli italiani restano dei gran provinciali, e i più provinciali di tutti sono quelli che si atteggiano a iperconnessi hipster de noantri. Oggi. Figuratevi quarant’anni fa in che condizioni eravamo.

Da Cory Music, ad Arezzo, c’era Paul Christopher, un musicista inglese che aveva sposato una delle proprietarie del negozio e si era trasferito da noi. Suonava il basso in una delle numerose band di blues che circolavano in provincia (la Stonehenge Blues Band) e aveva un’opinione piuttosto riduttiva del punk inglese. Quando, nei primi ’80, gli chiedevo qualcosa, lui che era stato lì quando tutto accadeva, mi rispondeva “il punk? Una cosa per ragazzini, lo seguivano solo loro, nessuno se lo inculava di striscio, fu un fuoco di paglia che durò una stagione e poi sparì. Però era divertente, i Sex Pistols erano buffi, facevano ridere.” E i Clash? “Degli incapaci, il bassista conosceva due note e le suonava male. Ma avevano delle belle canzoni. Come faceva quella? “Ring ring it’s seven AM”, non era male quella.” […]

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