RPM - THE SMITHS: THE SMITHS
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Maurizio Blatto

È il 1984. Credo marzo. Sono davanti allo specchio di casa mia. Camicia a quadretti bianca e blu, maglia arancione scollo a V. Jeans. Clarks. Sul letto ho lo “spolverino”, impermeabile chiaro inglese comprato di seconda mano. Lo indosso sempre e patisco il freddo. Vivo a Torino e, forse inconsapevolmente, sto mettendo in scena la mia versione di Tony Manero che si veste per andare in discoteca. Entrambi italiani. Ma io non ballo mai. Perché? “A me piace la new wave, Lou Reed”. Questa è la spiegazione di ordinanza. Le ragazze non capiscono, i maschi annuiscono. Stiamo fermi. Sto per uscire e vado a comprare il primo disco degli Smiths. Vivo in un quartiere che odio, prima periferia, dove ho dato, ma soprattutto preso, un sacco di legnate. Immigrazione anni settanta, tensioni sociali, furti, bande di teste di cazzo che mi ringhiano addosso. Vado al liceo. Ogni giorno prendo il pullman numero 72 e scappo in centro. Ho vissuto dentro Closer per molti mesi, ogni domenica sono in curva e tifo Toro. Ho ragazze, bevo birra il pomeriggio da un amico che prega i Clash e da un altro che sbaglia ogni volta a scrivere Siouxsie a pennarello sulla costa delle C90 che registriamo. Non mi manca nulla e mi manca tutto. Soprattutto una quadratura, qualcosa che aggiusti l’insieme. Una botta sugli angoli e una luce ben orientata. Ho 17 anni. Tutto questo per capire cosa sono e quello che mi sta arrivando in faccia. Esibisco sul 72 il mio disco degli Smiths. Il disinteresse è totale, scendo alla mia fermata e stranamente non vengo aggredito. Il solo esibizionista di quartiere, un uomo che vive dentro un vespasiano (credo pagando un regolare affitto alla circoscrizione) ed esce ogni due minuti con i pantaloni calati e il merlo danzante, mi scruta senza velleità. Vede Joe Dalessandro a torso nudo su sfondo azzurro in copertina, mi cataloga come un finocchio e rintana il merlo. Guadagno casa illeso. E qui, come a tutti e per tutti con un disco diverso, la vita prende una piega inattesa. […]

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