SCOTT WALKER
SCOTT WALKER
Christian Zingales, Piergiorgio Pardo

È fuori l’incredibile “Bish Bosch”: abbiamo intervistato e ‘setacciato’ sua maestà SCOTT WALKER.

L’intervista
di Christian Zingales

CAMMINANDO CON WALKER, un percorso boschivo squarciato da lampi, tane, inciampi, creature, scrosci di nulla, vie di fuga, orridi. Parliamo al telefono con l’ennesima Scott incarnazione, troviamo l’uomo gradevole, sereno, come peraltro ben illustra il fondamentale documentario “30 Century Man”. È appena uscito “Bish Bosch” (dove bish sta per bitch e Bosch è il pittore), un altro paradosso, un disco di radicalità impensabile oggi. E la summa di una trilogia declinata in 17 anni prima con “Tilt”, 1995, e poi con “The Drift”, 2006. Scott Walker, dopo una quarantina di anni di oscura ridefinizione del pensiero pop, è probabilmente l’artista musicale più importante di questo primo ventunesimo secolo.

Mi sembra che il nuovo disco porti a una parziale risoluzione di alcuni enigmi della tua arte e poi dei lavori recenti, una fragorosa risata rivolta verso la razza umana, e sbaglieremmo a fermarci troppo sui pur straordinari dettagli autorali e letterali e storici…
Sì, per arrivare al quadro completo devo bilanciare molto bene i colori, le varie parti su cui lavoro sono canovacci che mi servono per raggiungere un quadro d’insieme…
C’è questo topos della caduta dei dittatori, stavolta la scena di Ceausescu, so che ti attraggono in quanto figure non prive di una loro comicità, non trovi tragico invece il meccanismo per cui figure così vengono create da masse sempre prevedibilmente ottuse?
È esattamente quello che mi interessa, mi ricordo che mio padre quando ero un ragazzo ed era appena finita la guerra mi raccontò dell’incredulità degli americani davanti al fenomeno Hitler, si ricordavano della percezione che c’era di lui all’inizio, anche in Germania, era evidentemente un buffone piuttosto disturbato di testa, e mio padre come molti americani non si capacitava della cosa, non capivano come si potesse dare credito a una cosa così comica. Anni dopo sarebbe arrivato anche negli States un fenomeno altrettanto ridicolo con George W. Bush, quindi è un meccanismo che riguarda tutta l’umanità.
Nonostante Mussolini la stessa incredulità in molti l’abbiamo avuta qui quando improvvisamente ci si è trovati in politica uno come Berlusconi…
Sono clown pericolosi e il fatto che la gente gli dia credito è sul serio una riflessione universale sui tratti dell’umanità. Berlusconi qui l’abbiamo sempre visto come uno dei principali artefici di quest’epoca da reality show, è così, le sue televisioni hanno fatto nel tempo questo tipo di operazione? […]


Esercizi di Stile: SCOTT WALKER
di Piergiorgio Pardo

SIAMO DI FRONTE ad uno degli enigmi più persistenti e insondabili dell'intera storia del rock, che lo stesso Blow Up ha in più di un'occasione accostato (in modo più approfondito nel lungo articolo apparso sul numero 97). Eppure ogni nuova uscita di Scott Walker ha da sempre il carisma per captare l'attenzione e creare di volta in volta i presupposti che rendano necessario, anzi auspicabile, lo sforzo di fare il punto sul dato esistenziale ed artistico del personaggio. Esce in questi giorni il nuovo disco di un artista nato nel '44, esordiente nel '62 (una garage band dell'Ohio, di nome Routers, per la cronaca), che ha quasi settant'anni e che da un cinquantennio a questa parte non si è mai fermato. In armonia con gli obbiettivi consueti di questa rubrica, proveremo qui ad indagare le coordinate stilistiche, i fili rossi che legano l'infinita carriera di Scott, cercando di individuare l'unità e la coerenza che radunano il molteplice e danno senso alla sua apparente eterogeneità, bizzarria, oseremmo quasi dire.
Scott Walker ha esordito nei primi anni sessanta, si diceva; ha dunque attraversato tutte le fasi dell'industria musicale del rock: è questo forse il dato più vistoso del suo cammino. Ha vissuto lo sviluppo sociale ed artistico che preparava l'era Beatles, decontestualizzando in ambito bianco il lascito della cultura afro-americana; ha sperimentato la crisi stessa di quel patrimonio e la conseguente apertura alla zavorra eurocolta dal cui rifiuto il rock stesso era nato, ha sperimentato sulla propria pelle la rivoluzione del punk e l'estetica scarnificata e DIY che esso comportava; si è lasciato coinvolgere dall'elettronica, nella misura in cui essa continuava le istanze eversive e democratizzanti del punk stesso, nonché contaminare dal digitale come strumento elettivo per concretizzare definitivamente l'essenzialità e individualità del processo creativo. L'ulissismo di Walker in ambito rock è dunque qualcosa di completo: l'intero suo percorso non è tanto un viaggio a diporto fra epoche e stili, quanto piuttosto un vettore teso a un punto di sintesi assoluta, non tanto un vagito disarticolato, quanto piuttosto un grido penetrante di libertà. Più di cinquant'anni di musica sono stati tesi e lavorano ancora su una precisa idea che è sempre consistita nell'accostamento di alcune componenti essenziali: […]


…segue per 8 pagine nel numero 175 di Blow Up [speciale 196 pagine], in edicola nel mese di Dicembre 2012 al costo di 8 euro.

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