Scrittori russi 1917-1989
Scrittori russi 1917-1989
di Maurizio Bianchini

Ricordiamo tutti il memento nostalgico di “American Graffiti”: Il rock è morto con Buddy Holly. Non ho sentito dire da nessuno che la letteratura russa è morta con Cechov e Tolstoj. Ma sarebbe più vicino al vero. Lo penso ogni volta che leggo la recensione di un autore russo: quasi sempre senza ascendenze e contesto culturale: l’humus che nutre i racconti. Libri che sembrano venuti dal nulla. Dall’anno zero in cui la Russia è diventata l’Unione Sovietica, il 1917, per ridiventare la Russia, nel 1991, dimenticando quel che c’era stato in mezzo. Ciò che segue è una specie di voodoo per richiamare dal nulla alcuni di quegli scrittori che morirono due volte: da vivi, perché condannati al silenzio, da morti, perché condannati all’oblio.

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Delle quattro figure, separate fra loro da un decennio appena, che si impongono nel passaggio dalla Russia zarista a quella sovietica, Maksìm Gor’kij, ‘lo scrittore della nazione’, come Hugo in Francia e Mark Twain in America, il maestro di un realismo vivido, fluviale, plebeo e sedizioso, che dettò legge per trent’anni prima di impantanarsi nell’aggettivo socialista ed essere proclamato religione di stato, è l’unico a non essere mai ‘uscito di scena’, per meriti politici, non solo artistici. Aleksej Remizov, scrittore altrettanto influente, ma emigrato presto, e ‘vissuto per l’arte’, è un auteur caché, da noi. Di lui so, dopo averlo letto sulle crestomazie, del tirocinio esercitato sul linguaggio e gli stilemi della prosa russa grazie alla fusione del mondo mitopoietico di prima, condiviso in ogni sua forma, anche il folclore, con gli inediti strumenti espressivi di quello scompaginante, aperto e sperimentatore che ne aveva preso il posto. (Non è vero. Ho letto l’autobiografia di Remizov, Con gli occhi rasati, nella traduzione di Nilo Pucci, cui si deve anche quella, non meno preziosa, di Chodasevic, Necropoli, uscita per Adelphi. È stato come vedere da vicino il dio della letteratura. Ma parlarne, essendo inedita, è come invitare a cena Charlize Theron e farla mangiare da sola in cucina.) […]

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