Silvio D'Arzo
Silvio D'Arzo
di Stefano Lecchini

Questo vuoto atterrisce
Philippe Petit

Si chiamava Ezio Comparoni. Era nato a Reggio Emilia il 6 febbraio 1920, giusto un secolo fa. Non scrisse nulla firmandolo col proprio nome e cognome: mantenne il solo cognome per le sue prime, trascurabili prove – bozzetti “mascherati” di città e paese, e lunghe liriche orecchianti Pascoli e d'Annunzio -, tutti lavori pubblicati pagandoli presumibilmente di tasca propria, quand'era ancora giovanissimo, alla metà esatta degli anni Trenta. Preferiva celarsi dietro una ridda di pseudonimi (Andrea Colli, Sandro Nedi, Oreste Nasi, Andrew McKenzie, Tullio Mari...), il più longevo e il più celebre dei quali – “nome da cantante di operetta”, come scrisse in una lettera all'editore Vallecchi – resta Silvio D'Arzo.

(...questi inserti fra parentesi saranno da immaginare come scritti a matita, da leggersi in sordina abbassando idealmente il tono, proprio il tono mentale, della voce: punti non essenziali – o forse sì, forse ancor più essenziali – al discorso frammentario, rapsodico, che andremo tessendo... Dopo secoli di riflessioni sul rapporto fra maschera e volto, può suonare perfino ovvio che Comparoni fosse necessitato a nascondersi per rivelarsi meglio. Perché solo una maschera può lasciar filtrare certe cose – solo dal suo fondo può essere detto, o almeno può tentare di essere detto, l'indicibile. Certo Comparoni, venuto al mondo senza aver avuto la possibilità di conoscere suo padre – ma alcune testimonianze affermano il contrario: parrebbe che di tanto in tanto il padre che mai lo riconobbe andasse a trovarlo –, fu cresciuto da una madre fantasiosa ed estrosa, cassiera di cinema e cartomante, che, spingendolo a studiare al Liceo classico e all'Università, sembrava non considerare affatto la carriera letteraria, contrariamente a quanto sovente avveniva e a volte avviene tuttora, un marchio d'infamia. Da lei, da quella mamma, non c'era alcun bisogno di nascondersi. E tuttavia per Comparoni questa necessità di incarnarsi in volti diversi – o almeno in un volto diverso, motivo in più per ritenere fuori luogo ogni rimando a Pessoa – obbedisce anche, e forse essenzialmente, a un bisogno di fuga, a un bisogno di Altrove: essere sempre oltre, essere sempre Altrove, per evitare che l'insostenibile pesantezza della terra, del suolo, del disgustoso principio di Realtà finisca per tagliare le ali a ogni sogno e a ogni volo. Essere uomini, sì. Ma, per quanto possibile, in cammino per l'aria, su un filo...) […]

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