Squallor
Squallor
Stefano I. Bianchi

[…] CHI ERANO FISICAMENTE gli Squallor lo trovate scritto in un box da qualche parte in queste pagine. Cosa rappresentarono è presto detto usando le loro stesse parole: “fenomeno di successo, fenomeno di cesso”. Perché li consideriamo degli outsider invece è un po’ più complicato da raccontare e richiede spazio e buona volontà. Quindi statevi accorti, rilassatevi e, per sentirvi del tutto a vostro agio, seguite il loro illuminato consiglio:

“Mettetevi un dito in culo e la vita vi sorriderà”
Da un lato, detto in due parole, gli Squallor furono il dopolavoro di quattro borghesi normalmente impegnati a sfornare hit da Sanremo. Dall’altro, detto in tre parole, rappresentarono l’urlo liberatorio di almeno due generazioni di sperduti nel nulla che pensavano d’esser vitelloni e invece erano solo coatti - tra i quali, ça va sans dire, il sottoscritto - che li ascoltavano nelle autoradio (non ho dati che lo confermino ma giurerei che il rapporto delle vendite dei loro dischi era al 90% di cassette e al 10% di LP) mentre giravano per l’infinita provincia italiana nell’andata e ritorno da discoteche nate già fatiscenti o se ne stavano al bar a tirar tardi chiacchierando di fica e calcio facendo finta d’intendersi dell’una e dell’altro. Se avete presente quel disperato capolavoro che è la canzone Paese di Roberto Benigni: ecco. Gli Squallor furono una parte importante della mia adolescenza, alla ricerca del cui tempo perduto, adesso che ne ho smarriti l’onestà e il candore, provo a incamminarmi.
Alfredo Cerruti, Daniele Pace, Giancarlo Bigazzi e Totò Savio erano tra gli autori, compositori e discografici di maggior successo degli anni ’60-’70; provate a dare un’occhiata ai nomi di chi ha scritto le più fortunate canzoni di pop tradizionale dell’epoca, o a cercare il marchio CGD stampato sui dischi in cui erano incise, e saprete di chi si trattava. I quattro arrivavano da parti diverse d’Italia (Firenze, Napoli, la Puglia) ma è a Milano che fecero fortuna; strinsero amicizia e, non sapendo bene cosa fare di meglio nelle fredde serate milanesi in cui tiravano tardi tra “abbondanti libagioni e sbicchierate” (Bigazzi), iniziarono a pensare di liberarsi. Dai ruoli imposti, dalle parole in rima, dalle musiche statiche e ripetitive, dal bon ton, dal contegno. Ma anche dall’impegno politico e musicale che militava già militare e sacrale, dal fuffismo intellettuale, dal rigore politichese, dal democristianismo che imperava a destra sinistra centro, dalle buone maniere illuminate a giorno fino ad accecare, dall’asfissia moralistica chiesastica, dalla nascente ma già oppressiva political correctness. Insomma, da ogni ipocrisia. Li accomunava una sorta di qualunquismo del buon senso, uno scetticismo sottilmente fatalistico, un’irriverente, esplosiva gioia di vivere appena accarezzata dalla consapevolezza della fine ineluttabile, ciò che si chiama ‘disincanto’ e che avvicina così tanto i toscani ai napoletani e a nessun altro nel dovere di esorcizzare l’esistenza. […]

…segue per 10 pagine nel numero speciale 170/171 di Blow Up (196 pagine), in edicola nei mesi di luglio e agosto 2012 al costo di 8 euro.

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