STEVE VON TILL
STEVE VON TILL
di Fabio Polvani

L’essere e la memoria, la consapevolezza e la rassegnazione. La musica di Steve Von Till è paragonabile a un’esperienza mistica, alla ricerca del lato più oscuro e sofferente dell’animo umano, alla ricerca di un senso da dare all’universo che ci gravita intorno. Per una quindicina d’anni Steve ha scatenato l’apocalisse attraverso gli affreschi biblici dei Neurosis, una band non solo avanti ma sopra il rock duro di fine millennio. Mediante la sua carriera solista invece ha portato quelle atmosfere, quelle sensazioni ‘pancatastrofiste’ in una sfera privata, raccolta, prevalentemente acustica sebbene ricca di altre soluzioni. Il primo seme è stato gettato con “As The Crow Flies” (vedi BU#29), un lavoro dalle finalità catartiche se confrontate agli eccessi sonori degli stessi Neurosis, dalla predominante estetica decadente corroborata dalla presenza della sezione archi degli Amber Asylum. Il successivo “If I Should Fall To The Field” (vedi BU#53) poi ha superato ogni aspettativa, soprattutto considerando il fatto che è stato realizzato semplicemente ripercorrendo a ritroso il sentiero di un consapevole recupero della tradizione folk americana. Ma proprio con quest’ultimo album - come accenna nella seguente intervista - Von Till ha trovato il suo ‘sacro graal’, affondando nelle radici più dolorose, sporcandosi di vita e di miseria umana. La tuonante severità di Hallowed Ground, il ‘battello ebbro’ di This River, le suggestioni desertiche della cover di Neil Young Running Dry, la consolatoria bellezza di Breathe sono solo un campionario di un album dal fascino tenebroso e poco rassicurante, che scuote in profondità. Adesso non ci resta altro che sentire direttamente da Steve Von Till i particolari di questa sua nuova avventura musicale.

Da quanto tempo coltivi questa ‘passione acustica’?
La musica acustica è sempre stata con me nel corso della mia vita, anche se la spinta a realizzare qualcosa di mio è cresciuta negli ultimi dieci anni. In passato ho integrato alcune delle mie idee acustiche nella musica dei Neurosis ma spesso trovavo che molte di esse erano inappropriate per la band e quindi le lasciavo tranquille a riposare nelle cassette che registravo a casa, da solo, senza pensare troppo spesso a farne un disco vero. Alla fine mi sono deciso e ho realizzato l’album “As The Crow Flies”, nel ’99. Adesso le canzoni di “If I Should Fall To The Field” sono meglio focalizzate e non sono più registrazioni più o meno significative lasciate in un demotape per anni, si tratta di canzoni pensate appositamente per essere acustiche e per essere pubblicate.
E quali diresti che sono i punti di contatto tra i Neurosis e questa musica?
I Neurosis sono stati la mia vita e hanno influenzato tutto quello che ho fatto; allo stesso tempo io sono stato una parte integrante e un’influenza determinante sui Neurosis. Sono due facce inseparabili di una stessa medaglia, pezzi e prospettive diverse di una stessa ‘cosa’. Naturalmente la differenza principale è che i miei dischi solisti sono fatti solo da me e senza input da parte di altri, si tratta della mia musica nel senso più stretto. Molte delle emozioni e delle atmosfere espresse sono evidentemente simili; dal punto di vista dei testi i miei dischi solisti hanno più del cantastorie mentre con i Neurosis creiamo dei paesaggi lirici che sono più poesie che storie.
Nel nuovo album ci sono molti più riferimenti alla tradizione americana, al folk, al country blues, alla old time music. Molti musicisti americani nati col punk o col rock in generale nel tempo tendono a riscoprire la propria tradizione: a te cosa ha guidato in questa direzione?
Credo che si tratti di qualcosa di molto naturale, per musicisti che cercano continuamente quel ‘sacro graal’ che è il segreto più intimo della musica, provare a guardare indietro alla storia. Credo che se tu sperimenti come abbiamo fatto coi Neurosis e i Tribes Of Neurot alla fine senti questa ‘chiamata’ verso le origini di tutto, verso la musica più antica. Prima che la gran parte della musica avesse un qualsiasi riscontro commerciale la gente suonava per divertirsi, per esprimere emozioni, per raccontare battaglie, problemi interiori, ecc. ecc., ed era tutto strettamente collegato alla sua cultura. La musica folk che sento come mia eredità di mezzo americano e mezzo europeo ha avuto una profonda influenza su di me e parla sempre alla mia anima. È una parte di me. Molti rifiutano di vedere questa parte di loro, specialmente quando sono presi dall’enfasi della ‘musica ribelle’ ed estrema, ma onestamente io credo che resterò sempre fedele a una musica semplice e onesta.
Che mi dici di Neil Young? Sei un fan o hai solo trovato un pezzo che ti piaceva?
Sono certamente un fan Neil Young. Ha scritto alcune delle canzoni più grandi di sempre. Ha uno stile così personale e sincero da avere una forza e un potere unici.
Conosci la scena dell’alternative country? Ci sono musicisti che ti piacciono?
Sento molta gente che fa molti riferimenti all’alt-country, è uno dei tanti pettegolezzi dell’industria. Ma non sono sicuro di conoscere cosa significa esattamente. Personalmente non ritengo di farne parte, almeno non credo, mi sembra di essere un tradizionalista poco formale, intendo… Amo il country e il bluegrass e dei contemporanei mi piacciono molto Gillian Welch, Songs: Ohia, 16 Horsepower, Steve Earle e naturalmente i maestri: Doc Watson, Ralph Stanley, Emmylou Harris, Willie, Waylon, Merle Haggard, Johnny Cash, John Fahey, per non dire dei tantissimi dischi di musica tradizionale pura che ci sono in giro in America…
“If I Should Fall To The Field” si chiude con alcune parole di tuo nonno; è stato una persona speciale nella tua vita oppure ti servivano le sue parole per completare l’album?
Ho passato molto tempo con mio nonno da ragazzo. Era un uomo veramente grande e volevo onorarlo. Era un inventore, amava la poesia e la filosofia. Quando ero piccolo mi recitava sempre delle poesie, soprattutto quelle di Robert W. Service (l’autore di The Harpy). Quando ho ritrovato un nastro con la sua voce a casa dei miei genitori capii subito che dovevo metterlo nel mio disco perché era una parte di me. Il fatto che la qualità del nastro sia così scarsa è un bonus del tutto casuale all’atmosfera del disco.
Quanta trascendenza e quanta spiritualità ci sono nella tua musica? Intendo quanto sentimento religioso…
Una quantità infinita. Ho sentito, ho sperimentato questi sentimenti attraverso la musica. Sento di vivere una vita spirituale, e la mia espressione artistica deve necessariamente trasmetterla e rappresentarla. Attraverso la musica ho vissuto esperienze catartiche e liberatorie che sono tanto fisiche quanto spirituali. Il potere della vera musica sta in un piano diverso da quello mondano e fisico, ha a che fare con cose molto più sottili e astratte dell’esistenza ‘normale’.
Accanto alla sua essenza più tradizionale, quali diresti che sono le differenze maggiori di quello nuovo rispetto al tuo primo album solo?
Il materiale è molto più forte e focalizzato. Ho molta più confidenza con la mia voce adesso. Come è sempre accaduto anche con i miei diversi progetti musicali, continuare a imparare e continuare a cercare l’essenza più semplice della musica mi ha reso, credo, uno scrittore migliore. Poi esser riuscito a collaborare per la musica con il mio amico e guitar hero Joe Goldring è stato un grosso passo avanti, oltre ad aver avuto un’influenza diretta nel suono. Nel primo album facevo molto affidamento sul piano e sugli archi per aggiungere armonie e melodie alla chitarra e alla voce; con Joe non ho dovuto preoccuparmi perché è un chitarrista molto inventivo. Desmond Shea, l’ingegnere del suono, ha poi aggiunto alcune essenziali linee di basso e organo a un paio di pezzi. Credo proprio che il disco sia grande, senza falsa modestia. Ne sono orgoglioso. Desmond ha un orecchio unico e sa bene cosa volevo comunicare.
Anche Scott Kelly (altro membro dei Neurosis, nda) ha realizzato un disco acustico più o meno sulla stessa lunghezza d’onda dei tuoi. Che cosa ne pensi?
Mi piace molto il suo album e non vedo l’ora di sentire cosa farà nel prossimo. Siamo veri fratelli in musica e abbiamo gusti molto simili, anche se le nostre personalità e le nostre prospettive sono diverse.
Se tu fossi costretto a collaborare, per un nuovo album, con Mark Lanegan, Michael Gira o Johnny Cash, chi sceglieresti per primo?
Sarebbe un onore collaborare con ognuno di questi musicisti ma naturalmente se dovessi scegliere, be’, prenderei Johnny Cash. Michael è un grande amico e ho sempre amato la sua musica, Mark Lanegan fa dei dischi meravigliosi e ha una voce molto soulful, ma Johnny Cash è ‘the man in black’ ed è un veterano, un monumento.
Andrai in tour da solo per promuovere l’album?
Farò qualche data ma si tratterà di cose molto piccole: piccoli locali e musica riservata.

[pubblicato su Blow Up #55 - Dicembre 2002]
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