Taqwacore
Taqwacore
di Jacopo De Blasio

Nel momento in cui l’hardcore punk sembra oscillare tra il revival museale e il riassorbimento nelle logiche dell’entertainment globale, una delle sue più radicali linee di fuga sembra svilupparsi altrove: lontano dalle solite ormai codificate del genere, lungo un asse geografico e simbolico che attraversa Nord Africa e Medio Oriente. La cosiddetta scena del MENA (Middle East North Africa) non è soltanto un’emanazione periferica del canone hardcore punk, ma un dispositivo critico che ne mette in discussione le fondamenta, sia dal punto di vista estetico dia da quello politico.
Per decenni il racconto del movimento e del mito delle sue origini è rimasto ancora a una traiettoria prettamente anglofona: Londra, New York, Los Angeles. Con il tempo, altre sonorità fanno breccia in uno scenario sempre più internazionale, presentando personali e spesso caotiche rivisitazioni del genere, riconducibili a contesti molto differenti tra loro, come la Scandinavia, il Brasile, il Giappone, la Germania o l’Italia stessa. Ma determinati paesaggi continuano a rimanere del tutto estranei a certe dinamiche, quasi ne fossero esclusi. Quello che si potrebbe approssimativamente definire come il mondo arabo, per esempio, non sembra essere proprio interessato al sound concitato dell’hardcore punk. Il paradigma rimasto a lungo invariato è quello di una diffusione dal centro verso un’ampia e complessa periferia, che assimila, imita e rimodula motivi e strutture ricorrenti del genere. Ma la scena del MENA interrompe questa linearità prestabilita, ridefinendo le premesse e il significato stesso dell’hardcore punk in contesti segnati da colonialità persistenti, regimi autoritari, diaspora e tensioni sociali stratificate. In Nord Africa e nel Medio Oriente, infatti, l’hardcore punk smette di funzionare come categoria per certi versi rassicurante, ferma su posizioni, immaginari e strutture inamovibili. L’intensità e l’immediatezza del genere non vengono meno, ma la sua grammatica viene piegata, riscritta e minata dall’interno. E proprio in questa frattura si colloca la scena punk del MENA. Non una derivazione geografica e locale di un linguaggio nato altrove, ma una situazione dove il punk torna a essere un atto di rottura, restituendo una tensione ancora irrisolta.
Lo sviluppo del movimento hardcore in queste regioni rappresenta un percorso complesso e tortuoso. A differenza dell’hardcore punk di estrazione occidentale, affermatosi come reazione al consumismo e alla recessione globale, qui prende forma come espressione di resistenza esistenziale, in contesti profondamente segnati da conflitti, autoritarismo e censura. Le prime tracce di un effettivo interesse verso certe sonorità nella regione si attestano tra gli anni Ottanta e Novanta, soprattutto nelle grandi città come Il Cairo, Beirut e Casablanca. Tuttavia, si tratta per lo più di un fenomeno sotterraneo e frammentario, alimentato da cassette pirata, reti informali e concerti illegali per pochi intimi. Le difficoltà sono tangibili, come la mancanza di spazi per suonare o la repressione statale, e impediscono la formazione di vera e propria una scena coesa. Ma in un certo senso, sono proprio le criticità a determinare il carattere clandestino e l’approccio politico all’hardcore punk in questo scenario di riferimento. […]

…segue per 6 pagine nel numero 337 di Blow Up, giugno 2026

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