The Damned
The Damned
di Federico Guglielmi

Le origini del gruppo si perdono fino all’inizio dei ’70, ma hanno scarsa rilevanza. David Vanian, Brian Robertson (il solo con qualche esperienza minimamente importante: Bastard e London SS), Raymond Burns e Chris Millar si erano comunque incrociati prima di quella primavera 1976 in cui vollero stringere sodalizio in un nuovo progetto che già dal nome rivelava agganci cinematografici (La caduta degli dei di Luchino Visconti, cioè The Damned per il circuito anglofono, ma anche Village Of The Damned e Children Of The Damned) ma che secondo altre fonti era tra quelli ipotizzati e scartati da Vivienne Westwood per i Sex Pistols. Proprio suonando di spalla a Rotten e soci, per un compenso di cinque sterline (ma spendendone il doppio per l’affitto dell’impianto), il quartetto esordì dal vivo il 6 luglio, al mitico 100 Club di Oxford St.: Robertson, ribattezzatosi Brian James, pensava a chitarra e songwriting; Burns, alias Captain Sensible, si occupava del basso; Millar, soprannominato Rat Scabies, picchiava su piatti e tamburi; Vanian (nato Lett) urlava nel microfono con la sua forte voce baritonale; un caos peraltro già “organizzato”, come si evince dal “Live At The 100 Club 6/7/76” edito dalla Castle nel 2007. I ragazzi, ventun anni l’età media, erano tutti di estrazione proletaria e fino ad allora avevano vissuto fra impieghi più o meno saltuari (il chitarrista come operaio in alcune fabbriche, il cantante scavando tombe, il bassista e il batterista pulendo bagni e pavimenti) e assortite sregolatezze; scontato che fossero predisposti a sposare la non-causa punk, esprimendo con la violenza della musica la loro frustrazione, la loro voglia di riscatto e, perché no?, la loro esigenza di divertirsi. Non li si ritenga, però, qualunquisti; sebbene la politica non sia mai stata l’asse portante dei loro testi, i Damned hanno offerto - al di là di qualche slogan enfatico - una visione lucida ed efficacissima della loro mentalità di giovani disillusi, incazzati e senza alcun futuro in vista, toccando all’occorrenza questioni sociali e, in genere, di interesse collettivo. Il futuro invece c’era, e si affacciò nei panni di Jack Riviera e Dave Robinson, da alcuni mesi coraggiosi titolari di una piccola etichetta di orientamento pub rock ma pronta ad aprirsi al nuovo che stava avanzando, la Stiff Records. Con l’inchiostro sul contratto ancora fresco, i musicisti entrarono nei Pathway Studio e, guidati dall’ex Brinsley Schwarz Nick Lowe, registrarono con un otto piste le due tracce del loro primo, storico singolo, uscito il 22 ottobre del 1976. […]

…segue per 12 pagine nel numero 333 di Blow Up, febbrao 2026

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