The Dream Syndicate.
The Dream Syndicate.
di Stefano I. Bianchi

[nell'immagine: The Dream Syndicate 2017, foto di Andrea Amadasi]

È mai possibile che una band che ha segnato il rock dei suoi tempi, i pieni anni ’80, ma è assente dalle scene da trent’anni possa tornare in circolazione e, pur senza avere neppure lontanamente la stessa rilevanza collettiva che ebbe nella sua prima vita, incida dischi che non hanno nulla da invidiare ai vecchi capolavori, anzi per certi versi possono essere considerati artisticamente più riusciti? E non basta dire che, be’, alla fine si tratta di due band diverse e quindi tutto è possibile; no, perché il songwriter principale è sempre Steve Wynn ed è lo stesso di ogni incarnazione dei Dream Syndicate, che oggi per tre quarti sono gli stessi dell’ultima volta prima della reunion; non solo, ma quella attuale è la formazione discograficamente più longeva di tutte, dato che le altre non erano mai andate oltre due album mentre adesso siamo già a quattro. Possiamo dire quindi che si tratta di un’ispirazione che non se n’è mai andata? Mmmh, no, non basta neanche così perché se è vero che i dischi solisti incisi da Wynn nei tre decenni di latitanza sono stati talvolta di notevole caratura, mai nella vita avremmo scommesso che una tale ricongiunzione astrale avrebbe sortito risultati tanto notevoli. Di più: mai nella storia del rock c’è stato un ritorno di tale consistenza a distanza di tanti anni. Eppure così è andata. Ci deve essere qualcosa che scatta nella testa e nelle mani, forse nel cuore di un musicista, di tre musicisti, nel momento in cui recuperano la dimensione di gruppo, nel momento in cui riesumano un nome tanto glorioso e gli danno di nuovo la vita; qualcosa che stimola, che motiva, che provoca e nutre la creatività nel momento in cui si guardano negli occhi tutti insieme e iniziano di nuovo a suonare.
Sia come sia, i Dream Syndicate oggi sono Steve Wynn alla chitarra e alla voce, Mark Walton al basso, Dennis Duck alla batteria e il ‘nuovo’ Jason Victor alla chitarra, nome che comunque non è affatto nuovo perché milita nei Miracle 3, la band che accompagna le sortite personali di Wynn da oltre vent’anni. I quattro riformati hanno già inciso tre dischi dei quali almeno due possono rivaleggiare con gli antichi progenitori quali migliori in assoluto della produzione di casa. Esagero? Provate a dimenticare tutto quello che avete assimilato nel tempo, spogliatevi del portato e dell’armamentario della Storia, evitate le secche della nostalgia canaglia e ascoltate “The Days Of Wine And Roses” e “The Medicine Show” e poi di seguito “How Did I Find Myself Here?”, “These Times” e “The Universe Inside” e ditemi chi vince la partita. Difficile dire, vero? Per cui, oggi che esce il nuovo “Ultraviolet Battle Hymns and True Confessions”, è arrivato il momento di provare a capire qualcosa di più dalla bocca, anzi dalle mani di Steve Wynn. […]

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