The Great Redneckroll Swindle
The Great Redneckroll Swindle
di Federico Savini

[nell'immagine: Willie Nelson]

“These people are gonna hate me”. “Queste persone mi odieranno”. Lo disse un attimo prima di salire sul palco del Ryman Auditorium, il 2 ottobre del 1954, in quella che sarebbe stata la prima e ultima partecipazione di Elvis Presley al Grand Ole Opry, il programma radiofonico più seguito in tutti gli States, motivo stesso dell’esistenza (e del fiorente business) della country-music. Il 19enne Elvis Aaron Presley arrivò su quel palco grazie ai riscontri dei suoi singoli sulle country charts. Non tanto That’s All Right, Mama, che lo proiettò come un razzo bianco nelle classifiche del rhythm and blues, ma il lato B, una cover veramente “aliena” - singhiozzante, decostruita e oscenamente sexy - di Blue Moon of Kentucky, classico del repertorio bluegrass di Bill Monroe, nata su tempo di valzer e riconvertita da Elvis in un trascinante quattro quarti. L’idea di incidere la canzone fu del bassista Bill Black e secondo la leggenda l’arrangiamento era farina del sacco di Charlie Feathers. “That’s different!” fu il commento sbalordito del produttore Sam Phillips. Così, quel b-side conquistò le radio country di Memphis prima e di mezza America poi. Un successo che valeva bene un lasciapassare per il Ryman Auditorium, “the mother church of country-music”.
Certo, l’idea di far salire sul palco il variopinto e non ancora incoronato re del rock’n’roll, con la sua radicale miscela di singulti e ginocchia in libertà, subito dopo il tradizionalissimo set di Roy Acuff, eroe della Nashville più ortodossa, non fu proprio la premessa migliore a un’esibizione che lasciò il pubblico freddino. Per usare un eufemismo. Pochi e incerti gli applausi, un modo pudico per mascherare una perplessità che sconfinava nell’ostilità. A prendersi i fischi veri, 14 anni dopo, ci sarebbero riusciti i Byrds di Gram Parsons, ma il souvenir che l’elettricista Elvis Presley portò con sé da Nashville fu il consiglio di tenersi stretto il suo vecchio lavoro. Anzi, secondo il folklore locale (smentito però dal testimone Sam Phillips) il dirigente dell’Opry Jim Denny avrebbe proferito le seguenti parole: “We don’t like nigger music, go back to Memphis and drive a truck!”. […]

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