The Wild Bunch
The Wild Bunch
di Maurizio Bianchini e Fabio Donalisio

[nell'immagine: Marilynne Robinson]

A volte accade la pioggia, anche in anni aridi (come questi). A volte la quotidiana agonia delle più o meno insulse e ipertrofiche uscite editoriali serializzate viene squarciata dalla testarda presenza della letteratura. Non che non succeda mai: a saperli fiutare, i grandi libri ancora esistono (e meno male). Solo, questa volta (e sicuramente per anestesia, sfinimento, frustrazione, rancore e rassegnazione degli scriventi), prevale lo stupore per la quantità e la concentrazione dei titoli in pochi mesi. Si sa, l'ultimo mese dell'anno è quello in cui si comprano più libri. Che per una volta non siano libri di merda, ma a tratti quasi capolavori, chiamiamolo un laicissimo miracolo di Natale.


1. LA LETTERATURA COME TESTIMONIANZA
Quattro esempi da manuale
di Maurizio Bianchini

UN TESTIMONE INDIFFERENTE: William Somerset Maugham
Taccuino di uno scrittore (Adelphi • 412 p. • euro 24 • trad. Gianni Pannofino)
Somerset Maugham si può considerare il capostipite della corrente inglese di pensiero e di scrittura che ha avuto in Greene e Waugh l’apice artistico e in Ian Fleming quello commerciale. Autori cosmopoliti, di vedute larghe fino al cinismo, di fondamenta solide nello stile, condensato in scritture chiare, ironiche, essenziali, cucite sul passo dei tempi e devote a un’etica soprattutto estetica; e anche ‘englishmen abroad’ sparsi ai quattro angoli del pianeta, variamente impapocchiati coi servizi segreti, e senza sensi di colpa. Insomma, gente con una certa pratica di mondo. Lontana dallo sperimentalismo come dall’Art pour l’art; scafata progenie degna di Defoe, Dickens e Fielding. Avere libero accesso all’officina d’uno di loro, ho pensato aprendo il Taccuino di uno scrittore, è come assistere alle riprese di un film di Stanley Kubrik. E le pagine della prefazione, in cui, partendo dal Journal di Jules Renard, Maugham definisce una svelta antropologia della scrittura francese vs la scrittura inglese, per parlare di ‘come si scrive un romanzo’, scaldano i muscoli a dovere. (“Renard inanellava fatti, ma un romanzo non può essere composto di meri fatti, i quali, di per sé, sono cose inanimate. I fatti si usano per sviluppare un’idea o illustrare un tema, e un romanziere non solo ha il diritto di adeguarli al proprio fine, di metterli in luce oppure in ombra: ne ha la necessità”.) Ma, ancora all’inizio della corsa, il libro si pianta per centinaia di pagine, scritte poco più che da un adolescente e piene di riflessioni (pen)ultimative; di massime pericolosamente prossime alla banalità; di aforismi che fanno pensare alla definizione di Kraus, il maestro riconosciuto del genere – ‘Un aforisma non coincide mai con la verità: o è una mezza verità, o una verità e mezza” –; e quelli di Maugham sono tra la metà e i tre quarti di una verità intera. Si vede che il ragazzo ha la stoffa, ma si sente tutta la fatica che fa per metterla bene in vista sul banchetto. Quando però si passa ai viaggi, alle esperienze, alla vita vera, è tutto un altro suonare. […]

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