West-Berlin '80
West-Berlin '80
Massimiliano Busti

Post punk, industrial, tape network ed elettronica D.I.Y nella Germania degli anni ’80. Parte 2: West-Berlin underground. Mania D., Malaria!, Geniale Dilletanten, Die Tödliche Doris, Cassetten Combinat, Sprung Aus Den Wolken.

[nella foto: Die Todliche Doris]


A VEDERLA OGGI, viva ventiquattrore al giorno, aperta al mondo, ubriaca di divertimento e di possibilità, sembra quasi impossibile ripensare al passato. Eppure Berlino è stata una città diversa, un’isola persa in un territorio ostile, un luogo sfregiato dalla guerra in cui gli spazi vuoti erano davvero vuoti e sino a qualche anno fa per riscaldarsi bisognava ancora scendere in cantina a prendere il carbone. Un po’ come New York, Manhattan, il Lower East Side, oggi così “gentrificato” e accogliente, ricondotto ad un’idea di rispettabilità che tende a cancellare la memoria della sua storia recente, quando i proprietari bruciavano i palazzi per intascare i soldi delle assicurazioni e i junkies facevano parte dell’arredo urbano.
In questo scenario, grigio, selvaggio, avventuroso e vagamente apocalittico, alla fine degli anni settanta attecchirono i germi della no-wave, di Basquiat, di Richard Kern, di Nick Zedd e tutto ciò che ne consegue. In quello stesso periodo e in un contesto che rivelava più di un’affinità con quello newyorchese, a migliaia di chilometri di distanza una nuova generazione di musicisti e artisti si stava mobilitando a Berlino con le stesse intenzioni: seppellire le macerie con le macerie.


Alle origini: Eisengrau.
I quartieri ad est della città erano immersi in un grigiore da “grande fratello” orwelliano e le luci dell’ovest nascondevano il senso di smarrimento dietro all’apparente opulenza. Non a caso, già in molti avevano rappresentato Berlino come centro simbolico della perdizione e del disfacimento, da Lou Reed a David Bowie, sino all’epopea autodistruttiva di “Noi, i Ragazzi dello Zoo di Berlino” di Christiane F.
Va da sé che qui la ventata di rinnovamento prodotta dal punk ebbe un effetto assolutamente dirompente, il luogo in cui il nichilistico “no future” poteva assumere una particolare drammaticità grazie alla guerra fredda e all’inquietante presenza del muro. Era come se si fosse chiamati a recitare un doppio ruolo, da ultimi paladini della libertà e da confinati in trincea, una condizione schizofrenica in cui ogni cosa assumeva connotazioni estreme, dal sesso alla musica, dalla moda all’happening artistico.
Tutto era in qualche modo possibile, grazie anche alla facilità con cui si poteva individuare uno spazio e trasformarlo nel centro delle proprie attività, proprio come fece all’inizio del 1979 Blixa Bargled con un piccolo negozio in Langenscheidtstrasse a Schöneberg, il quartiere in cui era cresciuto. Qui si svilupperà il primo embrione degli Einstürzende Neubauten che in quel periodo oltre a Blixa comprendeva il percussionista Andrew Chudy, Susä Hobeck e Bettina Köster. Quest’ultima, era già membro delle Mania D a fianco di Beate Bartel e Gudrun Gut, assieme alla quale di lì a poco deciderà di aprire un nuovo spazio nello stesso quartiere, un atelier di moda destinato a prendere nome dal colore con cui erano stati pitturati gli scaffali e il pavimento: Eisengrau, grigio ferro. In breve il negozio diverrà un punto di riferimento per gran parte degli agitatori della cultura underground berlinese, come racconta Gudrun: “Vendevamo scarpe con colori particolari disegnate da giovani stilisti, poi in negozio c’era una macchina da cucire e così abbiamo iniziato a creare strani maglioni e t-shirts. In più avevamo un flipper…. Diventò un luogo di incontro ma non vendevamo molto, così a un certo punto Bettina ha ceduto la sua quota a Blixa ed io ho continuato assieme a lui. Abbiamo esteso la vendita anche a cassette e fanzines: questo tipo di negozi "cool" ora sono comuni a Berlino (vedi ad esempio Prenzlauer Berg) ma ai tempi erano ancora una novità.” […]


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