"White Discomfort"
"White Discomfort"
di Maurizio Bianchini

1.
Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij è un libro premonitore (non a caso la prima parte ha l’andamento biblico di un testo dei Profeti Minori traslato in prima persona). Si ha l’impressione che in esso una modernità segnata dall’annuncio della fine vi abbia riunito, un secolo e più prima che si manifestassero nella loro ampiezza, tutte le pene e i castighi testamentari. Ogni volta che ci torno trovo qualcosa che mi era sfuggito prima. Nell’ultima mi è saltato agli occhi che a un certo punto l’uomo del sottosuolo (il protagonista delle Memorie ‘rappresenta’ così tanto noialtri da non aver bisogno di un nome suo…) si rimprovera di non essere diventato “un insetto”. Mezzo secolo dopo un eponimo che conosceva bene Dostoevskij, Kafka, colmò la lacuna con la Metamorfosi. Altrove il padre putativo dei tanti antieroi venuti dopo, mugugna che “[…] per quanto la rigiri, alla fin fine vien sempre fuori che il principale colpevole di tutto sei sempre tu, tu e nessun altro, e – quel che fa più male – colpevole senza colpa e, potremmo dire, per legge di natura.” E cos’è questo se non un assist in piena regola per Il processo? Se non si nutrisse così poca fiducia nelle capacità divinatorie della letteratura; se non ci lasciassimo andare all’inerzia delle nostre abitudini di lettori potremmo risparmiarci, per cominciare, un po’ delle corbellerie che si leggono su ‘nuove tendenze’ narrative vecchie in realtà come le locomotive a vapore.
Ma quando uscì, nel 1864, in forma di un ibrido di tutte le possibili forme letterarie – romanzo, mémoire, confessione, saggio, cahier de doléance... – questo testo esorbitante e seminale fu accolto come un meteorite piovuto dal cielo. In frasi come “Io sono fermamente convinto che non soltanto una coscienza troppo lucida, ma addirittura ogni forma di coscienza è una malattia”, un Penso dunque sono col segno meno davanti che ospita dentro di sé Kafka e Nietzsche, Pirandello e Beckett, lo stream of consciousness di Joyce e la petite musique di Céline, lettori formati dallo spirito utilitarista, razionalista, positivista (termine nel quale ragione e utile si fondono in una morale benefica e produttiva) non vi ritrovano che una sconcia voce e un aborto refrattari al progresso e all’evoluzione. Quante altre volte, si assisterà ad esecuzioni pubbliche del Nuovo da parte del Vecchio, in nome proprio della puntualità storica del boia? Pensiamo soltanto, per restare alla Russia sovietizzata, alle vittime, non sempre soltanto metaforiche, che sì è lasciato dietro il ‘realismo socialista’, dalla Achmatova a Zamjatin, per mano di volenterosi ‘operai della letteratura’ impegnati ad appaltare al comunismo il futuro della narrativa, e costringendola così a ritrovarlo nel passato, in quegli “autori folli, eremiti, eretici, sognatori, ribelli e scettici” di cui parla Zamjatin e che nelle Memorie dal sottosuolo sembrano trovare il loro atto di nascita. Ma neppure chi comprese la portata del messaggio nascosta nella prosa fangosa (perfetta assimilazione di forma e contenuto) di quella sacra scrittura, arrivò subito a capirne tutta l’oltranza, che andava al di là dell’Übermensch, il superuomo di Nietzsche. L’Uomo del sottosuolo non prende il posto di Dio, nel Nuovo Mondo senza più Dio e teatro delle sole imprese dell’Io, ma cancella addirittura l’Io-Dio, la “volontà di potenza” dalla sua “affermazione di sé” – di un sé ferito e vendicativo, non vindice di alcun principio, né tantomeno beautiful loser estetizzante, e invece riottoso e meschino, puntuale e strenuo solo nel difendere la “parità di genere” tra la mediocrità più apatica e le “magnifiche sorti e progressive”; tra la malvagità spicciola e il suprematismo ariano o per altro verso l’etica delle “anime belle”. […]

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