White Hills
White Hills
di Stefano I. Bianchi

IL PRIMO IN ORDINE di tempo è stato Julian Cope, che li ha portati alla ribalta delle cronache rock eleggendoli a propri beniamini quando non avevano registrato che poche tracce in un CD-R; l’ultimo è Jim Jarmusch, che li ha voluti a suonare la loro canzone Under Skin Or By Name nel suo nuovo film “Only Lovers Left Alive”. I White Hills sono uno dei nomi rock più caldi di questi ultimi, freddi anni; nonostante la militanza nelle file della Thrill Jockey abbia già dato loro una notevole visibilità, l’emersione definitiva dalla fitta e inestricabile trama del sottobosco underground è ancora un miraggio. C’è solo da sperare che il nuovo album “So You Are… So You’ll Be” [recensione nel numero scorso] getti su di loro ancora un po’ di luce - per noi, beninteso, sono già un classico di questi tempi.
Ripetizione, ossessione e distorsione sono le parole chiave, per nulla nuove e tutto sommato declinate senza grossi scossoni rispetto ai classici; ma eseguite con una perizia, una convinzione e un’abilità per nulla abitudinarie. “Ho sempre flirtato col concetto di ripetizione, fin da quando sentii per la prima volta gli Stooges, i Velvet Underground e pesi massimi del free jazz come Ornette Coleman, Albert Ayler ed Eric Dolphy”, mi dice Dave W., il líder maximo del gruppo, rispondendo con grande gentilezza e dedizione alla sfilza domande che gli invio via email. “E il concetto di ‘ossessione’ mi interessa anche nella vita stessa. Uso la musica come via per esplorare e cercare di capire cosa significhi essere umani.” Se invece diciamo dello stile, i termini sono inevitabilmente space e kraut rock: “Non c’è dubbio. Per cui ti dico Hawkwind, Neu!, Amon Duul II, primi PIL e poi band come Loop, Terminal Cheesecake e Telescopes.” Se alla sua lista aggiungete Can, Pink Floyd, Bevis Frond, Heads, Spacemen 3 e Oneida il conto finale vi sarà perfettamente chiaro. [...]

…segue per 8 pagine nel numero 184 di Blow Up, in edicola a Settembre 2013 al costo di 6 euro

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