William Burroughs
William Burroughs
di Vittore Baroni e Stefano I. Bianchi

Dita morte parlano
William S. Burroughs 1997-2014, appunti per una bibliografia postuma.
di Vittore Baroni

Se la rilevanza storica di uno scrittore la si desume anche e soprattutto dalla mole di pubblicazioni post mortem, la quantità di materiali di e su William Seward Burroughs dati alle stampe negli ultimi diciassette anni - ovvero da quando il 2 agosto 1997 il decano della Beat Generation ha lasciato la galassia Nova, preceduto di pochi mesi dall’amico Allen Ginsberg - ne confermano lo status di icona culturale di prima grandezza. Questo 2014, anno in cui ricorre il centenario dalla nascita (avvenuta il 5 febbraio 1914 a St. Louis, nel Missouri), ha già visto poi, com’era prevedibile, una vera proliferazione virale di titoli dedicati all’autore di Naked Lunch, tra riedizioni più o meno revisionate in chiave “de luxe” di suoi testi classici, lavori inediti, epistolari, cataloghi d’arte, nuovi saggi e biografie, atti di convegni, documenti audiovisivi e tributi di ogni tipo. Impossibile, nell’economia di un semplice articolo, rendere conto in dettaglio di tutte queste pubblicazioni, che sempre più contraddicono il nickname di “Hombre Invisible” associato allo schivo e riservato autore, eternamente abbigliato in grigio completo da impiegato (seppur capace, in giovane età, di recidersi un dito della mano per impressionare un amichetto), divenuto quasi suo malgrado il maître à penser prediletto dalle multiformi compagini della “industrial culture” e dall’intelligentia (avant)rock in genere. Mi limiterò dunque in queste note a segnalare alcuni dei titoli più significativi e/o singolari degli ultimi tempi, rinviando per una full immersion nei meandri della labirintica produzione burroughsiana - prodiga di sorprese e delizie anche tra le centinaia di lavori minori usciti su riviste, pamphlet e libretti in edizione limitata - al recente studio bibliografico William S. Burroughs - A Collector’s Guide (Inkblot 2014) di Eric C. Shoaf, che integra e aggiorna il fondamentale repertorio compilato da Joe Maynard e Barry Miles, William S. Burroughs - A Bibliography, 1953-73 (University Press of Virginia 1978), per decenni bibbia e dannazione di ogni zelante ammiratore dello Zio Bill. […]


The Hipster Be-Bop Junkie
La presenza pervasiva dell’icona WSB e della sua voce iconica nel mondo del rock. Dove si parla di linguaggio, virus, taglia-e-cuci, rivoluzioni elettroniche e Dio.
di Stefano I. Bianchi

SPOKEN WORD è la parola che si riscatta dalla sua condizione di testimonianza muta per farsi carne e sangue. Un po’ come il dio dei cristiani che si fece uomo, la spoken word è il Verbo che scende dal piedistallo e prende posizione, si mostra per interpretare e non più farsi interpretare. William Seward Burroughs, scrittore, saggista, pittore, agitatore culturale tra i più rilevanti del secondo dopoguerra americano, è stato anche una delle massime icone della parola parlata che si è insinuata come un virus nel corpo della registrazione sonora; ed è di questa sua presenza letteralmente carnale nell’universo sommariamente rock che cercheremo di tirare le fila nella seconda parte di questo speciale a lui dedicato.
La spoken word accompagna la registrazione sin dal suo inizio, alla fine dell’ottocento; anzi la battezza, dacché essa nacque proprio per fissare la parola e non il suono. Quest’ultimo ebbe poi il più ampio sopravvento ma la parola parlata, come un fiume carsico, è sempre rimasta presente nell’universo della registrazione, dai poeti neri dell’Harlem Renaissance ai predicatori evangelici degli anni ‘30 fino ad arrivare ai protagonisti della beat generation, che di essa fecero un uso letteralmente pervasivo accostando scrittura e performance vocale come mai accaduto prima e qualificandosi così come la generazione letteraria aderente più di ogni altra all’epoca della comunicazione di massa, forse l’unica veramente moderna del secolo scorso o, se si preferisce e proprio per questo, la prima post-moderna. William Burroughs, Allen Ginsberg, John Giorno, Jack Kerouac (che fu il primo e azzardò anche a cantare; con risultati diciamo imbarazzanti) e altri usarono spesso il mezzo-voce per declamare la propria scrittura in reading e happening di diversa natura. […]

…segue per 20 pagine nel numero 194/195 di Blow Up, in edicola a Luglio e Agosto 2014 al costo di 8 euro: numero speciale di 196 pagine!

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