William Faulkner
William Faulkner
a cura di Fabio Donalisio

MOLTO SPESSO UN UOMO È LA SOMMA DELLE SUE DISGRAZIE
Speciale dedicato a WILLIAM FAULKNER.


In occasione della ristampa di Go down, Moses, uno dei libri più densi di William Faulkner (e di sempre), prendiamo spunto per dedicare qualche pagina all'uomo del Mississippi e alle sue, di pagine. Consci di non poter nemmeno da lontano ingabbiarlo in categorie o maglie troppo strette, né in questa sede né altrove, e consapevoli di arrivare buoni ultimi dopo montagne di letteratura accademica e critica, facciamo come sempre, ovvero lasciamo parlare un po' anche il cuore. Tentiamo di esprimere perché William Faulkner ci ha cambiato la vita, e come. Tentiamo di dare, a chi non l'avesse letto mai, o di striscio, qualche spunto per iniziare una delle più mirabili strade della perdizione che il Novecento americano ci abbia regalato. Nonché uno degli scrittori più dannatamente bravi, capace di sovvertire, in modo paradossalmente appartato, strutture enormi senza rinunciare a una costante mitopoiesi. Cominciamo con un lungo ritratto, poi un pezzo sviscererà i suoi costanti e conflittuali contatti con il mondo del cinema. Lasceremo poi la parola a lui stesso, per uno spezzone di intervista del 1956. Sarà poi la volta di un'elucubrazione sul Moses, seguito dalle schede di otto dei suoi libri che, non potendo dar conto per esteso della sua quasi sterminata produzione, in qualche modo riteniamo significativi. Si chiude con il breve commento di due delle sue “voci” in italiano: Vincenzo Mantovani, traduttore de L'urlo e il furore e Maurizio Ascari che ha tradotto, tra gli altri, proprio il Moses. Enjoy. (fd)



CONOSCI WILLIAM FAULKNER?
di Ana Ciurans

LEI: «CONOSCI William Faulkner?». Lui: «No, chi è? Ci sei andata a letto?». Dopodiché Patricia, una strepitosamente bella Jean Seberg, legge a Michel, in arte Paul Belmondo, l’ultima frase di Palme selvagge: «Tra il dolore e il nulla, scelgo il dolore». Non vi racconto la risposta del raffinato umanista, pur essendo tentata. È una scena del capolavoro della nouvelle vague Fino all’ultimo respiro. Siamo nel 1960 e sebbene da anni Faulkner sia adorato in Francia da intellettuali come Malraux, Sartre e Gide (dal ’31 pubblica con Gallimard), ha già vinto il Nobel ('49), due Pulitzer (’55 e postumo nel ’63) e il National Book Award (sempre ’55), Godard lo consacra come l’autore di culto non francese dell’intellettualismo antiaccademico. D’altronde la liaison di Faulkner con la Francia e con il cinema è di vecchia data: Faulkner, di formazione culturale europea, amava Flaubert sopra tutti gli altri autori e aveva tradotto alcune poesie di Verlaine per la rivista universitaria The Mississippian. In quanto al cinema è risaputo che i fantastici dialoghi di Acque del sud (To have and to have not) ma non solo, sono più da attribuirsi alle sue sceneggiature che alle opere di Hemingway («You remember how to whistle don't you? Just put your lips together ... and blow.», sussurra a Bogart la dark lady più seduttrice della storia del cinema, Lauren Bacall). Ma se in Europa, che all’epoca pendeva dalle labbra di Parigi, le cose stavano così, nel resto del mondo l’influsso di Faulkner non era stato minore: «senza di lui non sarebbe esistito il romanzo moderno in America latina», disse Mario Vargas Llosa. E Juan Carlos Onetti, Gabriel García Márquez, Juan Rulfo e Saer creano Macondo, Santa María, Comala e il Litoral ispirandosi alla fantomatica contea di Yoknapatawpha. Per non parlare di Carlos Fuentes, Alejo Carpentier e Julio Cortázar che lo consideravano il più grande romanziere mai esistito. Nemo propheta in patria. Già. L’America restò sempre tiepida nei suoi confronti e preferì di gran lunga il vecchio Ernest, molto più americano del sofisticato e troppo sperimentale Faulkner. […]



SEI MAI STATO PUNTO DA UN’APE MORTA?
Faulkner a Hollywood
di Roberto Curti

«HOLLYWOOD È UN POSTO dove un uomo può venire pugnalato alle spalle mentre sale una scala» amava dire William Faulkner. Ma nel suo caso, l’immagine – suggestiva e insieme stereotipata – dello scrittore geniale schiacciato dalla cinica macchina dell’industria cinematografica, che alla creatività antepone sempre e comunque il profitto, è abbastanza lontana della realtà. Benché la sua fama di bevitore perennemente a corto di soldi, costretto ad accettare copioni di ogni tipo, alimenti le speculazioni, Faulkner non fece la fine di Francis Scott Fitzgerald, che nei suoi diciotto mesi nel listino paga della M.G.M. combinò poco o nulla e guadagnò mal di fegato e amarezze. E sebbene sia più semplice immaginarsi un Faulkner più o meno corrispondente al W. P. Mayhew immaginato dai fratelli Coen in Barton Fink (1991) e ricalcato sulla figura dell’autore di Santuario, la realtà è ben diversa: per cui, per una volta, lasciamo da parte la leggenda e guardiamo ai fatti.
Faulkner arriva a Hollywood nel maggio 1932, fresco del successo di scandalo di Santuario e con in tasca un contratto di sei settimane con la MGM. È un nome famoso, ma di gloria non si vive: e 500 dollari a settimana sono una di quelle offerte che non si possono rifiutare. Vuole la leggenda che, sconvolto dal trapasso dalla quieta vita di provincia al caos della città del cinema (il suo boss lo vuol subito mettere al lavoro su un film con Wallace Beery nei panni di un lottatore: altro dettaglio ripreso dai Coen), Faulkner sparisca per un’intera settimana (dirà poi d’aver vagabondato per la Valle della Morte). Le cose si aggiustano quando Howard Hawks, grande ammiratore di La paga del soldato, acquista i diritti del suo racconto “Turn About” e chiama Faulkner a lavorare al copione di Rivalità eroica (1932). La genesi del film, raccontata dal regista, dice molto sul modo di procedere dei grandi studios hollywoodiani. Hawks ingaggia Gary Cooper, Robert Young e Franchot Tone, ma la produzione gli impone Joan Crawford. «”Non c’è una donna nel film”. E loro: “Ora ce n’è una […]”. Chiamai Faulkner e gli dissi: “Bill, ci tocca mettere una donna in questa storia”. E lui: “Santo Dio!” Inserimmo la donna, e il film ebbe un buon successo». […]



WILLIAM, WAS IT REALLY NOTHING?
Parola di Faulkner, letteralmente.

MA ANCHE SE sembra non esserci più nulla da dire, l'individualità dello scrittore non è importante?
È molto importante, ma solo per lui. Gli altri dovrebbero essere già abbastanza impegnati dall'opera per preoccuparsi anche dell'individualità.
E i suoi contemporanei?
Nessuno è mai riuscito a essere all'altezza del suo sogno di perfezione, per questo il mio giudizio si basa sul nostro splendido fallimento nella creazione dell'impossibile. Sono convinto che se potessi scrivere di nuovo le mie opere riuscirei a migliorarle, e questo, per un artista, è in assoluto la situazione più positiva. Ecco perché l'artista non smette di lavorare, provare e riprovare; ogni volta crede che sarà quella buona, che ce la farà. È ovvio che non ce la farà, ed è per questo che la situazione è positiva. Se ce la facesse, se riuscisse davvero a portare l'opera all'altezza dell'immagine, del sogno, non gli resterebbe altro che tagliarsi la gola, buttarsi giù da quel pinnacolo di perfezione, verso il suicidio. Io sono un poeta fallito. Forse ogni romanziere attraversa un momento iniziale in cui vuole scrivere poesie, poi scopre che non è in grado di farlo, e allora prova con i racconti, che dopo la poesia sono il genere più impegnativo. E solo allora, dopo aver fallito anche in quello, comincia a scrivere romanzi.
E allora quale dovrebbe essere l'ambiente ideale per un artista? […]

(Intervista di Jean Stein, apparsa sul numero 12 di The Paris Review nel 1956. La traduzione è di Valerio Piccolo. Edizione italiana: The Paris Review inteviste, vol. 2, © 2010 Fandango Libri)



E LA MORTE NON ESISTEVA, ADDIRITTURA
Divagazioni su un libro incredibile e appartato.
di Fabio Donalisio

«estate e autunno e la neve e la pioggia e la primavera succulenta nell'ordinata immortale sequenza, le fasi eterne e immemori della madre che se altri mai l'aveva fatto l'uomo che press'a poco era, madre e padre insieme del vecchio nato da una schiava Negra e da un capo Chickasaw che era stato suo padre in spirito, se altri mai, e lui l'aveva venerato e ascoltato e amato e perduto e pianto; e un giorno si sarebbe sposato e anche loro avrebbero avuto per il loro breve frattempo quella breve insostanziale gloria che in sé per sua natura non dura e di qui ecco la gloria; e avrebbero, potevano, portarne la memoria nel tempo quando la carne non parla più alla carne perché la memoria almeno dura, ma la foresta sarebbe stata per lui l'amante e la sposa.
Non stava andando in direzione dell'eucalipto. In realtà se ne stava allontanando. C'era stato un tempo e nemmeno tanto indietro che non gli avrebbero permesso di venire qui senza che ci fosse qualcuno con lui, e un po' più tardi, quando aveva cominciato a imparare quante cose non sapeva, non avrebbe osato venire qui senza qualcuno, e più tardi ancora, quando cominciò a rendersi conto, anche solo vagamente, dei limiti di quello che non sapeva, ci avrebbe provato e ci sarebbe riuscito con una bussola, non per via di un'accresciuta fiducia in se stesso, ma perché McCaslin e il maggiore de Spain e Walter e il generale Compson gli avevano insegnato a credere almeno nella bussola senza badare troppo a quello che sembrava dichiarare. […] si ritrovò sulla cresta del poggio, i quattro pilastri tutti visibili adesso, sbiancati ancora di più dal maltempo, inerti e alieni, impressionanti in quel luogo dove la dissoluzione stessa era un rigoglio turgido di eiaculazione tumescenza concepimento e nascita, e la morte non esisteva addirittura. Dopo le coltri di foglie di due inverni e le alluvioni di due primavere, non c'era nient'affatto più traccia delle due tombe. Ma chi fosse venuto qui per trovarle non avrebbe avuto bisogno di lapidi, le avrebbe trovare come Sam Father aveva insegnato a lui, orientandosi con gli alberi, e lui difatti le trovò, quasi al primo colpo di coltello (ma soltanto per vedere se c'era ancora) trovò la lattina d'olio da motore che ora conteneva la zampa secca mutilata di Old Ben, che riposava sulle ossa di Lion».

QUESTE PAROLE le ho prese da qualche parte, non importa dove, all'interno de L'orso, il racconto sterminato su cui si impernia questo libro che, a mio modesto modo di vedere, è tra i più fondanti (e meno citati) dell'universo faulkneriano, del novecento letterario occidentale e della letteratura tutta. Un libro, Go down, Moses, che Einaudi ha appena inserito nella sua preziosa (e cara) collana delle Letture, con un colore di copertina non proprio invitante. L'edizione è la medesima (curata e in parte tradotta da Nadia Fusini, insieme con Maurizio Ascari che della traduzione del libro ci parla infra) uscita nel 2002 nei meravigliosi e presto abortiti “Supercoralli Classici” con una grafica notevolmente migliore. Ma non di questo ci occuperemo. Tenteremo, con l'estrema e confessata difficoltà che ci coglie le poche volte che l'incredibile scalfisce (o riscalfisce) la crosta dura della scafatura, di dar conto del mondo che c'è in queste pagine. Dico mondo non a caso. Perché di questo si tratta. Il libro uscì per la prima volta in volume nel 1942, con il titolo di Go down, Moses and other stories e Faulkner si infuriò non poco con l'editore che aggiunse quelle “altre storie”, come se si trattasse di una raccolta di racconti. Che i racconti ci sono, per carità (molti erano già usciti in rivista nei due anni precedenti, peraltro), sono sette, sono completamente irrelati come asse cronologico, come punto di vista, come collocazione sul plot genealogico dei personaggi ma sono, inequivocabilmente, un romanzo dalla coesione stilistica e concettuale assoluta. […]



FAULKNER BOOK BY BOOK (quasi)
di Luca Moccafighe, Flavia Vadrucci, Fabio Donalisio
[…]



(LOST) IN TRANSLATION
1. Tradurre Faulkner
di Maurizio Ascari[*]
[*] traduttore di Go down, Moses (2002, insieme a Nadia Fusini) e Gli invitti (2003)

SONO ARRIVATO a Faulkner dopo avere tradotto Henry James, Jack London, Katherine Mansfield… È stata una folgorazione. Faulkner mi ha insegnato la libertà. Mi ha fatto capire cosa si poteva fare con le parole. E io che nella vita e nella scrittura ero un po’ ingessato faticavo a seguirlo. […]


2. La traduzione de L’urlo e il furore di William Faulkner
di Vincenzo Mantovani

SUL FINIRE degli anni settanta Arnoldo Mondadori Editore decise di ripescare alcuni titoli di una delle sue più famose collane di romanzi, la Medusa, per ripubblicarli in una veste praticamente identica (la notissima copertina bianca bordata di verde presente in tanti esemplari di tante biblioteche private italiane) e in una collana che doveva essere “varia, selettiva, criticamente orientata, attenta all’attualità del passato e aperta agli innesti del presente. […]



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