Wovenhand
Wovenhand
di Carlo Babando

Ci fu un momento, a metà degli anni Novanta, in cui la definizione “alternative country”, soprattutto se associata alla sigla “No Depression”, poteva diventare uno dei tuoi incubi peggiori. Già, soprattutto se eri un musicista in cerca di fortuna, ti chiamavi David Eugene Edwards, e le tue idee in merito a depressione e musica tradizionale percorrevano tornanti scavati in rocce molto affilate. Perché il Colorado non è un posto come gli altri, e la famiglia di David non era affatto una famiglia come le altre. Impossibile pensare che, con una chitarra a tracolla, il ragazzo biondo si mettesse a suonare qualcosa di realmente decifrabile secondo i canoni dell’epoca; perlomeno non nello stesso modo di una band come gli Uncle Tupelo – all’esordio, nel 1990, proprio con l’ormai storico “No Depression” – i quali crepitavano, nelle sue orecchie di ventiduenne, come una miscela di foglie e cherosene troppo distante dagli album di Johnny Cash e Gun Club che varcavano abitualmente la soglia di casa. Ma facciamo un piccolo salto in avanti, prima di iniziare la nostra storia. Era il 1995 quando il primo EP dei Sixteen Horsepower andava in stampa; esattamente lo stesso anno in cui iniziava la propria vita editoriale un magazine musicale il cui nome, non a caso, era ispirato proprio al disco degli Uncle Tupelo di cui dicevamo prima. Prova schiacciante, insomma, che la sigla “No Depression” aveva già fatto scuola, posto le basi di una scena con cui bisognava fare i conti. Appariva ormai chiaro a tutti, David compreso, che qualcosa era fatalmente cambiato nella musica statunitense. Ma non è detto che i Sixteen Horsepower si sentissero parte di quel cambiamento. Al contrario, osservavano la faglia divaricarsi sempre di più, ma ad una certa distanza: da una barca con le vele bianco sudario, persa da qualche parte in mezzo al Giordano. […]

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