Clock DVA / TAGC
Clock dva / tagc
Autore: Paolo Bertoni
 
PREZZO: 12,00€
Clock DVA / TAGC

CLOCK DVA / TAGC. Sogni sepolti
Director's Cut #26 (aprile 2022) • 132 pagine b/n • 12,00 euro

Personalità aperta a più forme d’arte, a scienza e filosofia, Adi Newton considera la musica parte di una dimensione in cui medesimo peso hanno le componenti visuali e speculative, pittore che lavora con il suono. Il transito in The Future, gli esperimenti come Clock DVA sbocciati nella cassetta per la Industrial Records “White Souls In Black Suits”, il periodo wave segnato da due pietre miliari come “Thirst” ed “Advantage”. Alla percezione del pericolo dell’approssimarsi ad un’accessibilità mai desiderata, si è trasferito il più lontano possibile, nel complesso universo di Anti Group, poi il risveglio di Clock DVA con “Buried Dreams”, tra i dischi definitivi dell’elettronica di ogni tempo. Risoluto nel troncare ogni situazione in cui non è più completamente immerso, alla metà dei ’90 si è rifugiato in un silenzio durato quasi due decenni. Lo stupefacente terzo capitolo delle ‘Meontological Research Recording’ di TAGC è stato la premessa di un nuovo rinascimento per l’artista Newton, oggi già realtà con “AMMA” e “Newtones”.

Paolo Bertoni (Roma, 1964) scrive di musica dalla seconda metà degli anni ’80. È firma storica di Blow Up, nel cui staff è da venticinque anni, dal primo numero della rivista. Per Tuttle Edizioni ha pubblicato “Un nuovo sole (che bruci più di quanto illumini)” (2017), su Einstürzende Neubauten, “L’universale vuoto” (2019), su Swans, “Arcangeli del Caos” (2020), su Coil. “Sogni sepolti” è il suo ultimo libro.


[di seguito un estrato dal primo capitolo, "Una sinistra magnificenza"]

“Di notte, quando non puoi vedere le forme orribili delle case e l’oscurità di ogni cosa, una città come Sheffield assume una sorta di sinistra magnificenza”. Lo scriveva Orwell in ‘La strada di Wigan Pier’ del 1937, dove definiva Sheffield “la più brutta città del Vecchio Mondo”. La recessione che la colpì in quegli anni si interruppe quando, con la Seconda guerra mondiale, le acciaierie cittadine furono alacremente impegnate nella produzione bellica. Dai tempi di quelle, invero poco lusinghiere, osservazioni, dopo il conflitto, la città era cambiata notevolmente, ma quasi a confermare l’opinione dello scrittore, che affermava che quella ‘bruttezza’ era rivendicata con orgoglio, come se Sheffield nella sua missione industriale avesse volontariamente sacrificato l’estetica, la profonda trasformazione della fine degli anni ’50 risolse la necessità d’alloggi attraverso la costruzione di imponenti complessi residenziali all’insegna dell’architettura brutalista, il cui massimo esempio è Park Hill Flats. Il progetto di Jack Lynn e Ivor Smith, con le cosiddette ‘streets in the sky’ che rimasero fantasiosi, pindarici, voli concettuali che si sarebbero scontrati con una vivibilità quotidiana, in quegli agglomerati, molto meno poetica, fu completato nel ’61, con mille unità abitative e corollario di quattro pub e una trentina di negozi, e dopo essere stato completamente abbandonato all’inizio degli anni ’00, è stato protetto dalla demolizione per essere poi riqualificato e ritornare, almeno in parte, a nuova vita, sfuggendo al destino toccato invece ad altre simili, mastodontiche, strutture. Nel periodo in cui la nostra storia prende forma più definita accelera la crisi delle industrie dell’acciaio e del carbone che portò, con l’ultimo colpo ferale inferto dalla Thatcher, a decine di migliaia di disoccupati, la percentuale del 4% della forza lavoro della metà degli anni ’70, in città e dintorni, dieci anni dopo è quadruplicata, con un conseguente, sia pur non massiccio, decremento della popolazione. Sheffield, che nonostante il suo mezzo milione di abitanti, per le sue attitudini, venne definita come il ‘più grande villaggio d’Inghilterra’, non si impressionava facilmente per ciò che proveniva dall’esterno. Se in altre città la performance di Sex Pistols, si pensi a quella del 4 giugno ’76 che appartiene alla mitologia di Manchester, fu rivelatoria e divenne evento scatenante di un processo che andò ben oltre il punk, a Sheffield, dove suonarono esattamente un mese dopo, al Black Swan, tra l’altro col supporto di Clash che erano al loro debutto assoluto dal vivo, non ebbe il medesimo effetto deflagrante, per una peculiare, disincantata, impermeabilità nel DNA cittadino rispetto alle altre città inglesi, anche del Nord. In questo caso specifico derivava probabilmente da una radicata coscienza di classe che non era minimamente sedotta dalle più o meno genuine istanze rivoltose del punk e, nello stesso tempo, dalla scarsa attrazione per le mode, che erano identificate come capricci da londinesi, spesso di estrazione borghese. Il fenomeno scorse pressoché inavvertito, tanto che si suol dire che Sheffield passò direttamente dal glam al post-punk, con la diffusa passione per Bolan, Bowie e soprattutto Roxy Music, con punte di venerazione, da parte dei più attenti, per la personalità di Eno, non certo attenuatasi con la sua uscita dal gruppo ed acuita dalla fierezza con cui si proclamava un non-musicista, che rimase figura catalizzante per molti. Impossibile non essere condizionati dall’ambiente, da quegli scenari architettonici di béton brut, come mi confermò Mark White, già Vice Versa, che ricordava ‘tutti i giorni guidavo per chilometri circondato da nero acciaio e passando davanti ad un capolavoro del brutalismo come Park Hill Flats. Mi sembrava normale allora, ma era più orrorifico dei ‘dark satanic mills’ di William Blake’, come dal persistente suono dell’industria pesante incessantemente in azione. Quei ragazzi svilupparono però un alternativo interesse verso il ‘futuro’ assai più accentuato rispetto ai propri coetanei di altre realtà nel Regno Unito, tanto che, in proporzione, coloro che videro nella musica una praticabile opzione per esprimersi furono molto più protesi verso la tecnologia e guidati dalle macchine, tra un senso d’oppressione incombente e, allo stesso tempo, di un’incommensurabile possibilità di rinascita, una dicotomia che può essere inquadrata accostando un pezzo come Genetic Warfare di Vice Versa, immanente incubo tra apocalisse nucleare e manipolazione genetica nei toni di ‘dietro le quinte in un laboratorio / stanno allevando topi che sembrano uomini / ratti mutati con ali di mosche / timbro su una provetta / io salvo il mondo’, e Blind Youth di Human League, che, più che rassicurare, ostentava una, fosse anche moderata, ma sicuramente non ironica, euforia nei termini di ‘disumanizzazione / è una parola così grossa / è in circolazione da Riccardo III / disumanizzazione / è facile da dire / ma se non sei un eremita / sai che la città è OK…abbiamo avuto una vita facile / dovremmo essere contenti / la vita in un grattacielo non è poi così male’, con la citazione del re d’Inghilterra che è probabile abbia un collegamento con l’editoriale sul Sun, di qualche mese prima, di Larry Lamb, che per descrivere la stagione a cavallo tra fine ’78 e inizio ’79 la battezzò con la celebre espressione ‘l’inverno del malcontento’, mutuandola e modellandola dall’opera shakespeariana.
La scientifica distruzione dell’industria siderurgica cancellò posti di lavoro e silenziò il suono pulsante delle fabbriche che era il battito cardiaco della città, ma nello stesso tempo fornì l’opportunità di una disponibilità enorme di spazi dove poter suonare o comunque sviluppare progetti di ogni natura. L’industria dell’acciaio aveva una sua rilevante componente in piccoli laboratori che non erano solo all’interno delle fabbriche e che erano utilizzati da artigiani localmente chiamati ‘little mesters’. Una volta dismessi, divennero luoghi economici da affittare, dato che l’offerta potenziale era largamente superiore alla richiesta dei giovani artisti in erba. Il processo di deindustrializzazione, già in atto prima della Thatcher, aveva condotto alla fine dei ’70, quindi anche per nuove opportunità logistiche, ad un momento di grande, reattiva, creatività. Inoltre, i sintetizzatori, che solo all’inizio del decennio erano apparati inavvicinabili, erano diventati raggiungibili per costi, ma anche decisamente semplici nell’utilizzo, aprendo possibilità che in quel momento apparivano infinite. In un contesto culturale piuttosto deficitario in proposte ed occasioni, una parte di coloro che poi animeranno la scena elettronica cittadina hanno modo di scoprire, e coltivare, i propri talenti, negli ex edifici scolastici vittoriani in Hollis Street, nei pressi della centrale West Street, una struttura che riceve i fondi comunali dallo Sheffield City Council e mette a disposizione una discreta gamma di attrezzature altrimenti non alla portata. Tra le varie iniziative, dal ’72, c’è un laboratorio teatrale, Meatwhistle, gestito dal regista e autore Chris Wilkinson e dalla moglie Veronica Thirlaway, aperto anche agli studenti della scuola secondaria, che diviene per molti ispirazione e supporto, uno spazio libero di sperimentazione per concetti e idee non necessariamente poi impiegate in ambito teatrale o cinematografico, dove poter percepire come attuabile l’eventualità di poter osare ‘sogni per colmare il vuoto’, come recitava il primo singolo di I’m So Hollow, del gennaio ’81, che verrà preso a prestito da Cherry Red per titolare la retrospettiva in quattro CD sottotitolata ‘The Sound Of Sheffield 1978-1988’, del 2019, documento di spessore, così come il DVD del 2001 ‘Made In Sheffield - The Birth Of Electronic Pop’ di Eve Wood, poco più di cinquanta minuti, con gli extra che riportano più estesamente le interviste si superano le due ore, purtroppo però avaro di materiale d’archivio. [...]

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