Diamanda Galas
Diamanda galas
Autore: Girolamo Dal Maso [con discografia di Stefano I. Bianchi]PREZZO: 15,00€
Diamanda Galas: Liturgie e apocalissi
Director's Cut #41 (novembre 2025) • 148 pagine b/n • 15,00 euro
► Prendendo spunto da “Plague Mass” e “Defixiones”, e sconfinando in altri suoi lavori, "Apocalissi e rivelazioni" sono la scusa per analizzare alcuni aspetti dell’estetica e dell’etica di Diamanda Galas che possono incuriosire la riflessione teologica. Dopo una nota biografica, ci sarà una “Messa in accusa: fare i conti con la peste”, che tratterà della dimensione rituale e sacrificale. “La voce dei vinti” riguarderà i soggetti trattati dalla Galás (puri e impuri, internati ed esiliati, genocidi e guerre, le lingue degli esiliati), e, per concludere, ci accennerà a una riflessione sulla vocalità di Diamanda, uno spettro in cui appaiono come fantasmi, ma veicolati da forme scabre di corporeità di vario tipo (sessuale, sociale, politico, rituale, cyborg), e scardinano da presunte sicurezze i temi, sempre uguali e sempre diversi, della sua opera.
► Girolamo Dal Maso (Vicenza, 1967) si occupa - a partire dal suo interesse per il Seicento - degli intrighi fra teologia e arte, studio della marginalità e moderne scienze del linguaggio. Scrive su Blow Up e ha pubblicato, oltre che ad articoli su Bach, Couperin, Buxtehude, Bernini e su letteratura e teatro tra ’900 e nuovo millennio, “Dieu seul. Scrittura mistica e teologia in S. Louis-Marie Grignion de Montfort”, “Selvaggi. Grazia e disgrazia nei romanzi di Flannery O’Connor”, “Oh Christ. Volti di Gesù nella canzone americana: scorci e deviazioni teologiche” e “Appena appena. Pièce teatrale per scena e due attori”. Vive da un quarto di secolo a Napoli, dove è riuscito a giocare a palle di neve e a festeggiare due scudetti, di cui uno per ben tre mesi.
[di seguito dal primo capitolo]
Per quanto Diamanda Galás sia una donna sfacciatamente libera e statuariamente indipendente, la famiglia è una delle sue fonti di ispirazioni. I genitori e, soprattutto, il fratello sono, infatti, spesso ricordati da Diamanda. È una questione di identità, qualcosa di profondo e radicato che è nello stesso tempo, da subito, complicata e fluida. Americana e greca, greca e anatolica (giammai turca), californiana e mediterranea, ma pure newyorkese. Nel suo vissuto sembrano condensarsi alcuni nuclei problematici, come uno stigma, un marchio, che orientano e fomentano la sua ricerca.
Studiando la parentela della Galás non si può non rimanere colpiti dalla sua peculiarità, almeno se si cerca di andare oltre una comprensione statica e monolitica dell’identità. Chi ha a che fare con le società del Mediterraneo e del Medio Oriente sa bene che i confini tra gruppi sociali, per quanto netti, sono spesso complicati da ramificazioni e sottodivisioni di ogni tipo (etnico, religioso, sociale, linguistico…). Così, nel caso di Diamanda, il classico riferimento al mondo greco ortodosso va compreso in senso più articolato. Già l’essere nata e cresciuta nella pur apertissima California come parte di una minoranza in esilio (quella greca) ha portato la Nostra a sperimentare da subito cosa significhi far parte contemporaneamente di tradizioni diverse e lingue diverse, con tutto il carico di solitudine ed emarginazione che ciò porta con sé, soprattutto nell’America sempre più monolitica degli ultimi decenni. Si sa che gli americani non sono dei campioni in storia, e tendono a confondere o misconoscere. Lei, ad esempio, non si stupiva – anche se ne era inorridita – che per molti americani gli arabi avessero cominciato ad esistere solo dopo l’11 settembre. Per la Galás, inoltre, l’identità greca è essa stessa apportatrice di ulteriori tensioni. Le origini della sua famiglia sono, infatti, complesse. Se la madre maniota veniva dalla Grecia (dalle zone di Sparta, legate alle loro antiche tradizioni), le sue radici erano più orientali, assire, mentre il padre, armeno anatolico, era di Smirne e, da parte di nonni, c’erano pure origini egiziane. Insomma, tutto un mondo di mondo. Questa dimensione cosmopolita (come era l’impero ottomano, con tutti i suoi limiti) è stata sottoposta a una deflagrazione, a una rottura che si colloca in modo abbastanza preciso da un punto di vista storico e geografico. I nazionalismi sorti in modo virulento dopo il collasso ottomano ha reso il Medio Oriente (che, a dire il vero, non è mai stato uno dei luoghi più pacificati del mondo) una polveriera che non ha ancora finito di saltare in aria. La famiglia Galás si è trovata al centro di una delle vicende legate a questa frammentazione. Dal secondo al terzo decennio del secolo scorso, i rapporti di forza tra turchi e minoranze portarono a esili e deportazioni di massa. Di solito, si fa riferimento al genocidio armeno, ma è bene ricordare il dramma anche di altre popolazioni: quella greca, che dal Ponto (che riguarda direttamente il padre di Diamanda), dovette lasciare tutto per scappare (chi ci riuscì) in Grecia, per dei ricongiungimenti familiari forzati che nascevano da terra bruciata tutto attorno, quella assira, quella azera, quella yazida, minoranze di minoranze (da notare l’assenza dei curdi che, allora, furono usati spesso per il lavoro sporco dai turchi; poi, come si sa, le cose sono cambiate, e parecchio). È in questo contesto che si colloca la famosa frase attribuita a Hitler che, poco prima di invadere la Polonia nel settembre 1939, in un discorso ai comandanti della Wehrmacht nella sua casa dell’Obersalzberg il 22 agosto, si chiedeva chi mai parlasse ancora dell’annientamento degli armeni. I tedeschi, tra l’altro, alleati dei Giovani Turchi, contribuirono alla pianificazione dell’eliminazione degli Armeni. Pulizia etnica e guerra sono una delle connessioni più devastanti e perverse del Novecento. Più volte la stessa Galás ha ricordato, nelle sue interviste, i drammi che si sono ripetuti in modo quasi maniacale e in forme sempre diverse: l’olocausto sotto Hitler (ma non solo di ebrei, pure di Rom, omosessuali, malati di mente), i gulag sovietici sotto Stalin, i disastri etnici in Rwanda e a Srebrenica, con addirittura la supervisione dell’ONU (letteralmente: se ne stessero a guardare). Un conto è però un reportage da parte di terzi, che, per quanto coinvolti, sono pur sempre spettatori venuti da fuori; altro è darne conto perché fa parte della propria storia, del proprio vissuto. Le parole, il canto e le performance della Galás hanno un carattere testimoniale del tutto peculiare. In greco, testimone e martire sono la stessa parola. La testimonianza è vera in quanto vissuta sulla propria pelle, ha a che fare con il sangue, quello vero, quello che scorre nelle vene o finisce a impastarsi con la polvere della terra. Quello di cui si è vestita in una cattedrale per la Messa della Peste. Diamanda, per quanto si esponga a ferite e traumi, non è certo un tipo che si lasci comunque dissanguare. La dimensione del lamento e della sofferenza è, in lei, sempre controbilanciata da una carica vitale di accusa, di compromissione e di compassione che non si lascia rinchiudere nel negativo. Gli effetti della guerra non sono solo morte e devastazioni, sofferenze su sofferenze. Tra di essi c’è anche, seppur minoritario, il grido inesausto di chi urla contro, di chi vede nella guerra non la soluzione di problemi ma il loro inasprimento e incistarsi, in una spirale che non è solo distruttiva ma autodistruttiva: se faccio fuori un pezzo d’umanità e di mondo, faccio fuori anche un pezzo di me. Così, l’appartenenza a una famiglia reale e concreta è per la Galás una porta che apre a una familiarità più ampia.
Lo stesso di può dire per il fratello, Philip Dimitri, morto di AIDS nel 1986 a 32 anni. Era un uomo di teatro (definiva il suo genere “avant vaudeville”) e contribuì a sviluppare nella sorella il senso della presenza scenica su un palco, con l’attenzione a tutto ciò che in esso avviene, con una particolare attenzione alla dimensione sonora. Al fratello Diamanda deve anche l’interesse per certa letteratura gotica e sinistra, come Sade, Nietzsche, Artaud e Poe. Con il suo percorso umano e artistico, intenso e drammatico, ha portato la sorella a impegnarsi come attivista in favore dei malati di AIDS, di cui dà testimonianza la micidiale trilogia “Masque of the Red Devil” (1986-1988). L’epidemia di AIDS, che colpì in modo drammatico negli anni 80 la comunità artistica americana, falciando via di fatto quasi una generazione, è stata a suo modo una guerra e come una attivista di guerra l’ha affrontata la nostra artista, dando conto degli aspetti più cruenti e degli effetti sociali più devastanti di una malattia che la cultura e i media mainstream di allora (ma oggi le cose sono realmente cambiate?) non solo non capivano, ma analizzavano con strumenti insufficienti e, soprattutto, marginalizzanti: sieropositivi, tossici, gay avevano la fine che si meritavano, vittime di una guerra in cui si erano cacciati da soli. Non erano visti come parte di una società. Ne erano fuori, al massimo ai margini. Le dinamiche di ordinamento ed esclusione sociale sono, quindi, fin da giovane, ben chiare alla Galás. L’attenzione al lato oscuro, violento, terribile – e spesso occultato – dei conflitti sociali ha per lei, tuttavia, una dimensione liberatoria e catartica. Non è puntando il dito ad altri o coprendo gli occhi che i mali che affliggono le società occidentali tardo-capitalistiche vengono risolti. Il dito, piuttosto, Galás lo punta verso gli accusatori, verso coloro che sanno solo giudicare e condannare, incapaci di compassione, come se una persona morente di AIDS avesse perso la sua dignità umana. È questo livello infimo delle rappresentazioni sociali a cui l’artista di San Diego ha dato voce nella sua lunga e poliedrica carriera.
Il padre di Diamanda Galás era professore di mitologia greca. Per lei quella che conta non è, tuttavia, la Grecia classica, ma quella primitiva, arcaica e pulsionale, popolata di dei poi spazzati via dal monoteismo; la Grecia di Sofocle e delle Erinni, col loro tratto selvaggio e non umano, quella dei presocratici; la Grecia delle glossolalie, delle grida, delle violenze verbali che mettono in scena il dolore universale, praticando una empatia primitiva fatta di eccessi. [...]
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