Joni Mitchell
Joni mitchell
Autore: Giancarlo TurraPREZZO: 15,00€
Joni Mitchell: Nosta signora del canyon / Giancarlo Turra
Director's Cut #44 (ottobre 2026)
► Non sono molti i dischi che scavano in chi li ascolta e in chi li ha composti con una forza e una franchezza che fanno male però bene. E ancora meno sono quelli che restano accanto per un’intera esistenza senza invecchiare mai, da punti fermi che ti guardano dentro e si guardano attorno e crescono assieme a te. Di dischi così Joni Mitchell ne ha regalati tanti plasmando l’archetipo della cantautrice, sovrapponendo l’arte e la vita fino a cancellare il confine che le separa e scrivendo canzoni che, in realtà, sono confessioni, racconti brevi, quadri. Che, soprattutto, sono tatuaggi impressi sul cuore e sull’anima.
► Giancarlo Turra collabora con Blow Up dall’estate 2024. Nato sotto il segno dei Pesci nell’anno in cui si sciolsero i Beatles, è riservato, iperattivo e vegetariano. Ha scritto per le riviste Il Mucchio ed Extra, ha contribuito al fascicolo monografico sui Cure per Classic Rock uscito anche in formato libro con il titolo “The Cure-tutti gli album” e ai volumi “Rock: 1000 dischi fondamentali” e “Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto” editi da Giunti. Per la collana Director’s Cut di Tuttle Edizioni ha scritto “Nick Drake: la strada verso il blu”. In rete lo trovate sul blog Turrefazioni e sulla webzine Humans Vs Robots.
Dal primo capitolo "Canzoni come tatuaggi"
“Spesso quello che scrivo parte da un piano personale, ma spero che si evolva verso una verità più grande che trascende la mia esperienza.” (Joni Mitchell, intervista del Toronto Star, 2013)
“In questi giorni, l’effetto che mi fa ascoltare Joni Mitchell è di lacrime che non riesco a controllare.” (Zadie Smith, articolo del New Yorker, 2012)
“Joni Mitchell non mente mai. “ (Q-Tip in Got ‘Til It’s Gone di Janet Jackson, che nel 1997 campionava Big Yellow Taxi)
“Ogni suono che emettiamo è una sorta di autobiografia.” (Anne Carson, The Gender Of Sound, 2025)
Possiamo cercarla ovunque, Joni Mitchell, ma una stanza che sia allo stesso tempo concreta e immaginaria è dove avremmo le maggiori probabilità di cogliere la sua essenza. La quale, come per ogni artista degno di tal nome, appartiene a una coincidenza di opposti tra loro complementari: a una danza di contraddizioni che si armonizzano, a qualcosa di sfuggente e cordiale che è stato scritto in luoghi dell’anima che contengono l’irrequietezza di Blaise Pascal, però guardando attraverso lo stesso spiraglio dal quale Emily Dickinson osservava contemporaneamente sé, le vite degli altri e il mondo e da cui Georgia O’Keeffe ha tratto forme e colori. Da quella stanza della mente e di vita quotidiana giunge una poesia autentica e rara nella musica popolare, che con attenzione e profondità descrive la natura umana attraverso confessioni in cui è facile identificarsi. La ascolti e ogni volta si accende una luce, ti scopri a dire “sì, è così che vanno le cose ed è così che (non) dovrebbero andare” e sei riconoscente di condividere pensieri, parole, esperienze. Ti trovi d’accordo con Joan Didion, quando in un saggio sulla stessa O’Keeffe scrive che lo stile è carattere; poi rammenti che Virginia Woolf ha definito l’arte un “modo diverso” di vedere le cose. Ci rifletti su e ne concludi che, accanto a costoro, la signora Mitchell siede da pari grado che nel proprio ambito ha esercitato una portata altrettanto innovativa. Nel frattempo hai rimesso sul piatto dischi che, ascoltati in sequenza, hanno l’aspetto di un romanzo che comincia con passo eminentemente diaristico e, lungo il percorso, sboccia in ritratti universali che colmano la distanza tra l’autrice e i destinatari.
Ed è sempre così – tenendosi stretta l’autobiografia, ma allo stesso tempo coinvolgendoci nel vortice di eventi e sentimenti – che Joni ha tratteggiato l’evoluzione di una little girl cresciuta tra anni Quaranta e Cinquanta che irrompe in un ambiente dominato da uomini e impone un modello e un’influenza onnipervasivi, capaci di mettere d’accordo estremi che spaziano dai Led Zeppelin a Joanna Newsom e nel mezzo contengono Prince, Björk, St. Vincent, Suzanne Vega, Elvis Costello e decine di altri. Una varietà che ha pienamente senso, poiché lavora con (e dentro) una vasta zona liminale, mostrando la maturazione progressiva di una moderna woman: fiera, emancipata, indipendente e lontana dagli stereotipi che ha contribuito a smantellare. Stiamo parlando di chi contiene le moltitudini indispensabili per essere un archetipo e un riferimento obbligato e atemporale, come sintetizza Tift Merritt assicurando che “tutte le ragazze attraversano una ‘fase Joni Mitchell’. Se qualcuna sostiene il contrario, non credetele”. E di essere anche l’ingannevole paradosso di una figura paradigmatica però inimitabile, fin dall’approccio alla scrittura: “È un processo magico nel quale sono completamente assorta. Penso che per tenerla viva si debba rimanere aperti e fare in modo che l’esperienza sembri ogni volta incredibile. L’ispirazione musicale, per me, si compone di emozioni astratte, di sentimenti e colori che trasportano certe sensazioni dentro o fuori di te”. Lo stesso dicasi – chiedete all’insospettabile Lee Ranaldo dei Sonic Youth, che si è sdebitato con ripetuti elogi e una fantastica Hey Joni contenuta nel capolavoro “Daydream Nation” – per ciò che riguarda la tecnica chitarristica, fatta di accordature inusuali e cangianti che evitano i virtuosismi, raffigurando esplicitamente quanto si agita nella sfera emotiva e riallacciandosi a un particolare senso del ritmo, dove le pause e le scansioni presentano una struttura colloquiale. [...]
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