Spacemen 3
Spacemen 3
Autore: Stefano I. Bianchi
 
PREZZO: 12,00€
Spacemen 3

Spacemen 3. Astronauti dello spazio interiore
Director's Cut #24 (ottobre 2021) • 132 pagine b/n • 12,00 euro

Reinventarono la psichedelia. Disegnarono i percorsi della ambient isolazionista. Indicarono i punti di contatto tra elettronica, minimalismo e roots. Peter Kember e Jason Pierce sono stati i comandanti della navicella chiamata Spacemen 3, che ci ha trasportato e fatto navigare nello spazio interiore e ancora non cessa di stupirci. Tutta la storia e la discografia della band e dei suoi seguiti: Sonic Boom, Spectrum, Experimental Audio Research, Infinite Music, Spiritualized, J Spaceman.

Stefano Isidoro Bianchi (Cortona, 1961) è direttore della rivista Blow Up. Ha pubblicato Post Rock e oltre: introduzione alle musiche del nuovo millennio (con Eddy Cilìa, Giunti 1999), Prewar Folk: The Old, Weird America (1900-1940) (Tuttle Edizioni 2007), Suicide. Il blues di New York City (Tuttle Edizioni 2017), The Red Crayola. La tempesta perfetta (Tuttle Edizioni 2018) e Bruce Springsteen. The Promised Man (Tuttle Edizioni 2019) e ha curato Rock e altre contaminazioni (Tuttle Edizioni 2003) e The Desert Island Records (Tuttle Edizioni 2009). Nel 2004 ha partecipato al convegno internazionale “Nuovo e Utile”, i cui atti sono stati pubblicati nel volume La creatività a più voci, a cura di Annamaria Testa (Laterza, 2005).


[di seguito l'Introduzione]

Per un lungo periodo, nel corso degli anni ’90, gli Spacemen 3 rivaleggiarono con gli Slint quale band di maggior culto dell’underground rock. Giocava a favore di entrambe, oltre ad aver inciso dei grandissimi dischi, essersi sciolte nel momento di massima creatività, essere vissute abbastanza poco da riuscire a non pubblicare niente che ne macchiasse la fedina discografica, aver dato i natali o comunque nobilitato formazioni di successiva e notevole fama alternative (da un lato Spiritualized e Spectrum /E.A.R, dall’altro Tortoise e Breeders) ed esser state apripista di due delle tendenze più vistose del decennio, la nuova psichedelia noise-isolazionista e lo slow-core/post-rock.
Sei album – uno dei quali dal vivo – e una manciata di singoli, questo lo scarno lascito degli Spacemen 3 in vita. La teoria di pubblicazioni a loro accreditate si è però allungata post mortem come nessun’altra band coeva, tra live ufficiali e non, dischi di outtake e inediti, ristampe di ogni tipo e in ogni foggia: basta dare un’occhiata nei negozi specializzati per farsi un’idea della popolarità di cui godette e ancora oggi continua a godere la band. Tutto sacrosanto: fu e rimane una delle migliori espressioni degli anni ‘80, nonché tra quelle più rilevanti di sempre se ne consideriamo il lavoro sotto le diverse sfaccettature.
La complessità testuale e semantica dei pezzi che gli Spacemen 3 incisero, sia nella band madre che nei successivi progetti personali di Sonic Boom e Jason Pierce, ha un solo possibile termine di paragone negli ultimi trent’anni di rock underground, per l’appunto quello con le famiglie incrociate Slint/Tortoise/Gastr Del Sol. In entrambi i casi, partendo da radici ben piantate nei loro tempi (neopsichedelia, hardcore), i musicisti coinvolti allargarono il loro spettro verso le avanguardie storiche (minimalismo, elettronica, improvvisazione) e le roots più nascoste (il gospel, il country blues, l’american primitive), il rock classico (psichedelia, progressive) e quello che stava nella prospettiva (post-rock). Nello specifico, il carnet degli Spacemen 3 s’illumina con una serie di innegabili meriti storici.
Innanzi tutto la band di Rubgy reinventò la psichedelia. Gli anni ‘80 furono attraversati da diversi revival tra i quali spiccò proprio quello psichedelico in declinazioni più o meno interessanti, originali o calligrafiche che fossero: post-punk, neo-hippy, garage, pop, hard, se ne ascoltarono letteralmente di tutti i colori. Ma nessuna band come gli Spacemen 3 seppe lasciare un’impronta tanto personale da riuscire a rinnovare un linguaggio tanto usato e abusato. Ottundenti, rumorosi, reiterativi e ossessivi ma anche estatici, celestiali, astratti e metafisici: dai Flying Saucer Attack ai Bardo Pond alla famiglia Kranky, decine di band degli anni ‘90 seguirono il loro esempio, cosa impossibile da dire di qualunque altra formazione neo-psych ad essi coeva.
In secondo luogo gli Spacemen 3 furono tra i primi a delineare i percorsi di quella che qualche anno più tardi sarebbe diventata la ambient isolazionista, vale a dire una musica d’impronta ambient ma compressa, ricurva e impenetrabile fin quasi a diventare autistica: sebbene la loro versione fosse molto angelica ed estatica perché legata più all’ostinato uso di droghe che alla ricerca post-industrial sulla grana del suono, è difficile immaginare l’esistenza dell’isolazionismo senza considerare l’impatto e la portata innovativa che ebbero le loro musiche.
Infine gli Spacemen 3 furono i primi a indicare al mondo del rock quei punti di contatto tra la contemporanea (elettronica, minimalista) e le roots (gospel, blues, country) che sarebbero emersi come tendenza nella musica di ricerca molti anni dopo che loro se n’erano andati (l’avant-blues di Loren Connors, Taku Sugimoto, Ekkehard Ehlers ecc.). E furono tra i primi a intuire e caldeggiare la riscoperta e il riemergere di elementi e personaggi del passato che da anni erano disattesi e dimenticati, riuscendo nella non facile impresa di tenere insieme il kraut rock e J.J. Cale, i Red Crayola e Doc Pomus, 13th Floor Elevators e Laurie Anderson, Sun Ra e Jan & Dean, la Nitty Gritty Dirt Band e gli Stooges. Un ponte tra mondi, tempi e luoghi distanti, un traghetto di suoni che resero l’universo rock un inusuale continuum spaziotemporale, ecco cosa furono gli Spacemen 3, sperimentatori obliqui che confabulavano con generi e storie alieni e difformi: presero per mano la vecchia cultura psichedelica e la maneggiarono come meritava, vale a dire col massimo rispetto e la minima cura, per lanciarla verso mutazioni che la resero di nuovo un linguaggio del futuro. Non è da tutti.

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