Cannes 2022
Cannes 2022
di Emanuele Sacchi

[nell'immagine: Crimes of the Future]

È STATO l’anno dell’ingresso in scena di Tik Tok come sponsor del festival e del discorso di Zelensky in apertura; l’anno della Z espunta dal titolo del film di apertura – il remake dello zombie movie nipponico One Cut of the Dead a opera di Michel Hazanavicius, da cui si poteva rimuovere senza rimpianti anche tutto il resto – e dei giornalisti russi non accreditati; l’anno delle noie per il sistema elettronico di prenotazione dei biglietti, risolto da un banale intervento informatico, e dell’ennesimo verdetto della giuria discusso e discutibile (anche se con un suo preciso significato, ma ci torneremo su). Queste sono tutte le ragioni per cui con ogni probabilità verrà ricordata la 75.ma edizione del festival di Cannes, anche se sarebbe bello ricordarla per altro. Ad esempio per aver confermato come il cinema di qualità passi sempre in buona parte da qui e come la battaglia contro Netflix si sia rivelata una vittoria sulla lunga distanza: Cannes ha il prestigio di sempre, dove Netflix, in costante calo di abbonati, non sembra più un “male necessario” con cui dover fare i conti (e vedremo cosa farà Venezia, che ha negli ultimi anni abbracciato etica ed estetica della piattaforma). Restano irriducibili allo streaming cose come Leila’s Brothers di Saeed Roustayi, 165 minuti di toccante storia di relazioni tra fratelli che si serve di dialoghi densi e privi di passaggi a vuoto, in cui ritmo e uso delle immagini si coniugano in un perfetto sodalizio. La versione contemporanea di un feuilleton di Zola o Mann, incentrato su ricchezza, povertà e ambizioni infrante, ma ambientato nell’Iran contemporaneo. Le dinamiche familiari sono al centro anche di uno dei film più (ingiustamente) detestati del concorso: Frère et soeur di Arnaud Desplechin, interamente giocato su un registro teatrale, di esasperazione tragica degli avvenimenti narrati. Un dedalo di incontri, e soprattutto scontri, tra un fratello e una sorella divisi dall’odio, che mescola piani temporali e punti di vista differenti per trascendere la forma canonica del melodramma borghese e donarle l’afflato antico e universale della tragedia classica. O lo si ama o lo si odia, ma se si sceglie di stare al gioco, Desplechin regala un’idea di cinema che rifugge la natura prosaica della tradizionale linearità di struttura. Nella Quinzaine des Réalisateurs invece Mia Hansen-Løve sceglie il minimalismo per la continuazione di un discorso autobiografico già affrontato dalla regista, in una continua interrogazione su passato e futuro di una famiglia. […]

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