Daniele Benati
Daniele Benati
di Gabriele Gimmelli

“Io in quest’opera non ci ho scritto niente.”
Daniele Benati, Opere complete di Learco Pignagnoli

1.
«Non sapevo che Benati fosse anche un esperto di letteratura: di pittura con lui ne ho parlato spesso, di letteratura poco». Così un redattore della casa editrice Feltrinelli a Paolo Nori, che rettifica: «Lei parla di Davide, io parlo di Daniele, suo fratello». L’aneddoto, riportato dallo stesso Nori, mi sembra il modo migliore per iniziare a parlare di Daniele Benati. Perché Benati (nato a Reggio Emilia, località Masone, nel 1953) è sempre “qualcun altro”: Un altro che non ero io, del resto, è il titolo di una sua raccolta di racconti, uscita da Aliberti nel 2007; e molto ci sarebbe da dire sulla frequenza di “doppi” e di sosia nelle sue opere; per non parlare, ovviamente, di Learco Pignagnoli, vero e proprio alter ego letterario, protagonista di libri (Opere complete di Learco Pignagnoli, Aliberti 2006) e di spettacolari letture pubbliche.
Benati, poi, è un autore plurimo: da una parte traduttore e saggista, dall’altra scrittore; ma ciò che più colpisce, in questa duplicità, è la singolare divaricazione fra le due figure, l’una ordinata e sistematica, l’altra imprevedibile e pirotecnica. Insomma, l’apollineo e il dionisiaco. «Pensavo che fosse un professorone, invece sembra mio cugino che fa il meccanico», pare abbia detto un’amica del solito Nori. E in effetti Benati ha qualcosa del tecnico che conosce bene il proprio mestiere; di uno, per dirla ancora con Nori, «che è capace di far delle cose»: qualcuno, per esempio, che dopo aver pazientemente smontato un motore un pezzo alla volta, di ciascuno è in grado di spiegarti il funzionamento. Lo stesso che accade nelle sue pagine saggistiche, apparse di regola sotto forma di prefazioni, note, articoli dedicati suoi autori di riferimento: da Joyce a Beckett, da Flann O’Brien a Thomas Bernhard, da Raffaello Baldini a Luigi Malerba. Fra le mani di Benati, la letteratura diventa improvvisamente qualcosa di concreto e tangibile. E in un momento in cui alla critica (non solo) letteraria è richiesto soprattutto di sfornare definizioni a effetto o eleganti stroncature, lui sceglie l’argomentazione: puntuale, ferma, mai pedante. […]

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