Donne e politica nella popular music
Donne e politica nella popular music
di Susanna Buffa

NEL FILM “Harlan County USA” di Barbara Kopple, che documenta lo sciopero del 1973 dei minatori di Brookside, arriva il momento in cui Florence Reece sale sul palco durante un comizio molto teso. C’è un silenzio irreale e lei, ormai anziana, parla alla folla: “Io non lavoro in miniera, ma mio padre è morto in miniera e mio marito sta morendo per questo (…) e io voglio essere vicina quanto più possibile ai minatori. Non vogliamo che si torni alla Harlan sanguinosa degli anni Trenta, ma vi dico: andate avanti!”. Dopo questo discorso la Reece, quasi scusandosi per come avrebbe cantato, con voce malferma intona la sua canzone, quella che tutti conoscono: “Which Side Are You On”. Si tratta di uno dei momenti più intensi del documentario ed è la conferma di come e quanto le donne siano state protagoniste delle battaglie civili e politiche con la loro musica e la loro presenza, non solo in quell’occasione.
Cantare è stata e resta una pratica politica funzionale, più spesso di estrazione democratica, ma non soltanto. La canzone è un mezzo efficace per trasmettere un messaggio: la si esegue, le persone la memorizzano, la cantano e da quel momento la sua circolazione è fuori controllo, non c’è censura che tenga e nessuno potrà più fermarla. L’efficacia di questo meccanismo è stata compresa immediatamente dalle donne, che vi hanno fatto ricorso in battaglie fondamentali per i diritti civili, il lavoro, la sopravvivenza e la coabitazione, l’ambiente, ovvero per tutto quanto potesse migliorare la qualità di vita del gruppo sociale.
Le canzoni sono state strumento fondamentale nel percorso femminile di riscatto sociale e personale, di affermazione di autonomia, appartenenza politica ma anche territoriale. Senza distinzione di ceto sociale o di razza, le musiciste hanno mosso passi importanti in ambiti usualmente presidiati da uomini (la protesta politica, il mondo del lavoro in alcuni particolari settori) e, nel caso della country music, hanno orgogliosamente riaffermato la propria appartenenza alla campagna, al mondo agricolo, sottolineandone il valore e la dignità rispetto ai contesti urbani.
Anche in Italia la lotta per i diritti civili è stata ambito di appannaggio maschile almeno fino al 1908, anno in cui le mondine del nord ovest condussero una battaglia aspra e risoluta, attraverso il canto, che portò alla conquista di alcuni dei diritti fondamentali del lavoro. Lo stesso è avvenuto in Francia, Spagna e in molte parti d’Europa e del mondo libero. Ma è soprattutto negli Stati Uniti d’America che la battaglia per i diritti civili è stata enormemente amplificata per mezzo della musica e di voci femminili carismatiche. In alcuni casi queste artiste hanno invaso il mercato discografico, altre volte hanno dato vita a percorsi artistici straordinari, seppure totalmente svincolati dal marketing – è il caso di Barbara Dane.
Nel blues, dagli anni Venti in poi, si è affermata l’indipendenza sentimentale e sessuale della donna; attraverso il folk e il bluegrass, le artiste hanno scritto cronache di vita nelle miniere appalachiane, come la stessa Florence Reece o Hazel Dickens; con la country music, hanno narrato di mobbing e molestie, come Loretta Lynn o la Dolly Parton di “9 to 5” (They got you where they want you... It’s a rich men’s game”). Sono le donne a levare per prime le proprie voci contro guerra e violenza: Odetta, Patti Smith, Joan Baez, Judy Collins, Joni Mitchell, Elaine Brown per il movimento Black Panther, fino a Eryka Badu, al flusso di protesta BlackLivesMatter e all’oggi.
E se non esiste femminismo senza l’appoggio degli uomini, non c’è lotta maschile efficace senza il contributo femminile. Dalle miniere alle fabbriche, ai cantieri: ovunque ci fossero uomini a esporsi, c’erano donne che li sostenevano attivamente, quando non addirittura scrivendo canzoni – e Florence Reece, in questo, resta il nome di riferimento.

Intervista a Alessandro Portelli
Fondatore e tra i maggiori teorici mondiali della storia orale, scrittore e critico musicale, Alessandro Portelli è stato ordinario di Letteratura Angloamericana all’Università «La Sapienza» di Roma ed è presidente del Circolo Gianni Bosio. Tra i suoi scritti: La canzone popolare in America: la rivoluzione musicale di Woody Guthrie (1975); America Profonda. Due secoli raccontati da Harlan County, Kentucky (2011); Badlands. Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni (2015); Bob Dylan: Pioggia e veleno (2018); We Shall Not Be Moved - Voci e musiche dagli Stati Uniti 1968-2019 (2019). L’ho contattato per un’intervista perché nessuno più di lui può parlarci dell’impegno civile e politico delle musiciste in America. […]

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