Fred Buscaglione
Fred Buscaglione
di Piercarlo Poggio

Da come ce la raccontano libri e cartoline d’epoca, la Torino degli anni Cinquanta doveva essere un posto da musi duri e pugni in tasca. E suggestiva allo stesso tempo, ricca di incongruenze e di miserie quanto di eccellenze e iniziative in anticipo sul futuro. Scendendo un attimo nel personale, peccato avere ricordi soltanto a partire dal decennio successivo, quando il boom economico si era già mangiato e bevuto quasi tutto. Torino città-laboratorio è una storia un po’ troppo scontata e non sempre vera, tirata fuori a cadenze regolari dalle cronache giornalistiche. Eppure in quel secondo estenuante dopoguerra la metropoli, con il volto ancora sfigurato dagli eventi bellici, era manifestamente un crogiuolo di contraddizioni e conflitti dagli esiti spesso imprevedibili. Monotematica sul piano economico per via della Fiat, un’idra dalle infinite teste in grado di rendere monocroma anche la vita socioculturale, a cui tentava di opporsi un’altra monocromia, il locale Partito comunista movimentato da sezioni di stampo sovietico nei quartieri, Torino fu scossa da un flusso migratorio senza precedenti, spesso mal tollerato dagli indigeni (“non si affitta ai meridionali” è cartello che farà purtroppo scuola). Nonostante tali criticità e problematiche di non facile superamento, la Mole mostrava al contempo insperate vivacità intellettuali. Basti ricordare l’Einaudi che alla morte di Cesare Pavese (1950) iniziava a svincolarsi dal cliché di casa editrice “di partito” per dedicarsi ai nuovi autori italiani, da Fenoglio a Sciascia. Oppure la presenza di giovani studenti quali Umberto Eco, Gianni Vattimo, Claudio Magris, Edoardo Sanguineti e ancora Pietro Citati, Giovanni Arpino, Piero Angela, destinati a fulgidi percorsi. E poi la RAI, a quel tempo probabilmente ancora immune dal morbo della raccomandazione. Potevi partecipare a un concorso e magari vincerlo da perfetto signor nessuno (i citati Eco e Vattimo). Nella Torino dell’epoca la vita scorreva anche brutta brutta, ma vi era la sensazione, corroborata sovente dai fatti, che sgobbando e applicandosi, qualunque fosse l’ambito, si potessero coltivare speranze e sogni, acchiappare al volo una chance. E nel caso, per staccare dalla fabbrica come dall’università, non mancavano sale da ballo per ogni tasca, i dancing, posti ideali per dare una rimescolata ai ceti sociali e alle reciproche diffidenze. Lì dentro, il jazz e i suoi derivati erano esplosi in tutta la loro forza, dopo che la guerra e il fascismo li avevano tenuti sottovuoto a lungo, ma mai cancellati. Il capoluogo piemontese con le musiche afroamericane vantava infatti una lunga storia d’amore, certificata dal concerto di Louis Armstrong del 1935 e dalla creazione di un Hot Club già due anni prima. Tra jam fuori orario e abili zigzagate tra le maglie della censura, dallo stile New Orleans si era così sotterraneamente passati a Count Basie e anche oltre, perseguendo un salutare spirito modernista. La fine del periodo bellico e il successivo arrivo di un numero sempre maggiore di artisti da oltre Atlantico (Joe Venuti, Sidney Bechet, Ben Webster, Benny Goodman, Lester Young, Dizzy Gillespie, Chet Baker) avrebbe dato nuova consapevolezza ai musicisti autoctoni e valore culturale al jazz del nostro paese. […]

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