Giuseppe Pontiggia
Giuseppe Pontiggia
di Fabio Donalisio

Fin dal Genesi, la parola “creativa” ha sempre avuto effetti molteplici, a tratti – o almeno per alcuni – dirompenti. Il potere del linguaggio di “far accadere le cose” (si ricordi l'imperfetto ma interessante La settima funzione del linguaggio di Laurent Binet che, al netto del suo eccesso di Eco, rimetteva la retorica al centro della scena – letteralmente – del crimine) affascina da millenni l'uomo e la sua speculazione sull'esserlo (e sull'esserci), con risultati tanto affascinanti quanto ineffabili. Anche la possibilità del linguaggio di narrare, di raccontare le storie (non so qui quanto il verbo “creare” sia pertinente), di conoscere attraverso il racconto delle storie è funzione ancestrale, essenziale e fondamentale dell'uomo in quanto essere socialmente utile. Eppure, l'espressione “scrittura creativa”, specie se abbinata alla parola “corso (di)”, o comunque inserita nella sfera didattica, non cessa di procurare una lieve ma persistente orticaria, uno sfogo leggero ma caparbio sulla pelle, al solo essere pronunciata. Colpa (come sempre) degli americani, verrebbe da dire, che non sanno più pubblicare un libro il cui autore non provenga da (o meglio ancora insegni in) un corso di creative writing; o forse colpa – più dolosa perché epigonale – di chi si è attrezzato di italianizzare un modello orientato al risultato, risultando tra le possibili cause del depauperamento del patrimonio della prosa in italico idioma? Fatto sta che il dilemma se sia possibile o no insegnare a scrivere letterariamente parlando, se sia trasmissibile una tecnica per la redazione (ops, no, creazione) di un grande romanzo, un'educazione allo stile con risvolti pratici, una programmabilità della “ispirazione”, è decisamente aperto e dirimente. Come su tutto, viviamo un'epoca di fazioni fieramente contrapposte (o, meglio, di tifo, pensando anche alla malattia): dai realisti più del re (alla Baricco, che ha creato anche un modello di business che vanta innumerevoli tentativi di imitazione), agli integralisti della sublimità artistica irrelata, lasciando poco spazio a una riflessione ragionata – che, a scanso di equivoci, non faremo in questa sede. Lo spazio lasciato vuoto, spaventato dalle urla degli opposti detrattori, come spesso accade viene riempito dalle vanità interstiziali che presto diventano dominanti, in modo liquido o meglio passivo-aggressivo: regno delle figure intermedie della mediocrità, che da una parte producono manuali, dall'altra cercano di risolvere con la tecnica quello che non possono con il talento. O, meglio (peggio) ancora, sottomettono il talento all'efficacia, l'urgenza all'obiettivo, lo stile alla trasmissibilità del messaggio. […]

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