Il Cinema della Trasgressione
Il Cinema della Trasgressione
di Roberto Curti

«Basically, in one sentence, give us the definition of the Cinema of Transgression».
«Fuck You».
(Intervista a Nick Zedd, 1985)

Autobiografia.
Ci sono persone che non vivono la propria vita, bensì la propria autobiografia. Quella di Nick Zedd prende ufficialmente forma nel 1984 sulle pagine del primo numero di una fanzine autoprodotta che circola nel sottobosco artistico newyorchese, “The Underground Film Bulletin”. L’articolo si intitola The Nick Zedd Story ed è a firma di tale Orion Jeriko. Che altri non è se non un alias – uno dei tanti – dello stesso Zedd. Il quale più avanti pubblicherà due memorie ufficiali (Bleed: Part One, nel 1992, e, un lustro più avanti, Totem of the Depraved, titolo condiviso con un suo vecchio corto), e produrrà una mole notevole di scritti, articoli, saggi, fumetti, poesie e manoscritti vari.[1]
A ben vedere, però, tutta l’opera filmica di Zedd, autoproclamato primus inter pares nonché teorico del cosiddetto “Cinema della Trasgressione”, altro non è che una serie di tasselli di un’autobiografia che racconta sì una vita, ma al contempo la idealizza: mette in scena il suo artefice e ne celebra le ossessioni e le idiosincrasie, il credo anarchico e il narcisismo endemico, la ribellione sistematica a convenzioni e tabù. Insomma, l’artista come outsider quando non fuorilegge, l’espressione artistica come rivolta personale e professionale, elemento di disturbo e corrosione del conformismo.
Che poi questo poco maneggevole grumo solipsistico abbia preso forma (se è lecito usare il termine) su celluloide, coagulando attorno a sé un vero e proprio movimento, benché sbrindellato e marginale, e facendo interagire una comunità di cineasti, musicisti e performer di vario tipo, è indicativo di un determinato momento storico e sociopolitico e di una scena culturale sensibile a tematiche comuni; ed è per questo che, più che per i singoli lavori, il Cinema della Trasgressione è significativo nel suo insieme; o, se vogliamo, più per quanto accadeva dietro e intorno alla cinepresa, per i luoghi in cui si sviluppava e per gli individui i cui percorsi creativi faceva incrociare, che per i prodotti di tali entusiastici e laocoontici intrecci.
Del Cinema della Trasgressione si è scritto tanto in proporzione alla sua effettiva circolazione e visibilità, e alla sua importanza artistica effettiva, al di là dell’innegabile effetto shock che quei piccoli e spesso sgangherati parti audiovisivi ebbero in un contesto tutto sommato ridotto. Il fattore principale, probabilmente, è che esso ha sviluppato in tempo reale la propria stessa dissezione critica in maniera non dissimile da quanto accadde per le avanguardie storiche, per mezzo del suo autonominato creatore ed esponente principale in primis. Al punto che già nel 1995, anno in cui è dato alle stampe il fondamentale saggio Deathtripping di Jack Sargeant, l’intero movimento trova una sistemazione teorica ufficiale, ad appena un decennio di distanza dalla nascita ufficiale e pochi anni dopo l’effettiva dissoluzione. […]

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