Lav Diaz
Lav Diaz
di Alberto Pezzotta

Come diceva il filosofo: quando non c’è niente da dire, è meglio tacere. Di che cinema si doveva parlare, quest’autunno, su “Blow Up”? Dell’ultimo Ken Loach che ha vinto a Cannes? Dei Dardenne? Di Woody Allen? Andiamo, per questi film bastano le schedine di qualunque testata cartacea o digitale. Piuttosto ci si dovrebbe chiedere se è solo un caso (o una congiunzione astrale, una congiuntura o congiura distributiva) quella per cui da mesi non si vede sul grande schermo qualche alternativa plausibile alla dipendenza dalle serie TV o al rifugio nel glorioso passato della settima arte. E allora parliamo di colui che ha suscitato un ultimo subbuglio, un estremo sussulto cinefilo o lacerto di contrapposizioni al festival di Venezia 2016; colui che ha vinto il Leone d’Oro non per snobismo elitista o inesistenti alibi culturali, ma semplicemente perché la sua superiorità estetica era incontestabile: Lav Diaz, regista di The Woman Who Left. Filippine, bianco e nero, 226 minuti. Tre dati, questi ultimi, che hanno gettato nello sconforto preventivo un pubblico di addetti ai lavori che poi dedicano ore e ore della propria vita a spararsi la settima stagione di House of Thrones o Games of Cards; gente che pare avere visto il bianco e nero solo negli spot del Campari Soda o nei video di Madonna; e che ritiene che dalle Filippine possano venire solo colf a poco prezzo. Ho scritto “un pubblico di addetti ai lavori” perché finora solo questa categoria, fortunata (o sfortunata, a sentire molti di loro) è stata sottoposta alla visione dei film del regista filippino. Che in realtà è in circolazione da un bel po’. Forse i primi ad accorgersene in Europa sono stati, quelli del festival di Rotterdam, all’inizio del nuovo millennio; a ruota sono venuti Enrico Ghezzi e “Fuori Orario”, e man mano tutti i festival più prestigiosi (Venezia, Cannes, Locarno, Berlino) dove il nostro aveva già fatto incetta di premi prima del Leone veneziano: che non ha quindi il valore di una scoperta ma per certi versi è già un omaggio alla carriera. […]

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