Mudhoney
Mudhoney
di Federico Guglielmi

[nell'immagine i Mudhoney, foto di Emily Rieman]


Catalogato di norma alla voce “Southern Gothic” e ambientato all’epoca della Grande Depressione, Mudhoney è un film del 1965 diretto dal controverso regista Russ Meyer. Sebbene non lo avessero mai visto, Mark “Arm” McLaughlin e Steve Turner vollero utilizzarne il nome per la band da loro formata nel gennaio 1988, perché faceva pensare a qualcosa “di sporco e appiccicoso, come la musica che intendevamo suonare”. I due, cantante (e chitarrista) il primo e chitarrista il secondo, erano giovani ma non pivelli; rispettivamente venticinquenne e ventiduenne, si erano fatti le ossa in vari gruppi minori già dai tardi ’70 e avevano poi dato vita ai Green River, il cui EP d’esordio “Come On Down” (Homestead, 1985) è reputato il primo disco grunge della storia. Insomma, un’esperienza significativa anche prescindendo dal fatto che il “rompete le righe” avrebbe generato non solo i Mudhoney ma pure quei Mother Love Bone di lì a poco evolutisi - o involutisi: su questo le opinioni divergono - nei Pearl Jam.
Con i mattatori delle classifiche guidati da Stone Gossard, Jeff Ament ed Eddie Vedder, il quartetto completato dal bassista ventiquattrenne Matt Lukin (già nei Melvins) e dal batterista ventenne Dan Peters aveva però in comune (quasi) soltanto le origini. Nel loro stile ruvido, acido e rabbioso si mescolavano infatti punk, garage, blues e hard, oltre a qualche inflessione psichedelica, e del resto, come spiegato da Mark Arm, “eravamo cresciuti con l’hardcore, adoravamo Stooges, MC5 e Wipers, ci piaceva il punk così come Black Sabbath, Neil Young e Alice Cooper”, e quindi tutto torna. La fase iniziale di attività della band è brillantemente documentata da una serie di lavori editi tra il 1988 e il 1991 dalla Sub Pop, etichetta al tempo ancora underground ma in rapida crescita: il mini “Superfuzz Bigmuff” (1988), gli album “Mudhoney” (1989) ed “Every Good Boy Deserves Fudge” (1991) e una decina di singoli tra i quali il devastante Touch Me I’m Sick, un autentico inno grunge che in quanto a forza d’impatto supera perfino Smells Like Teen Spirit dei Nirvana. Fra i tre lavori di grande formato, la scelta del manifesto ideale non è semplicissima: il primo è una bomba ma contiene appena sei brani (meglio, benché non tutto sia stratosferico, la “deluxe” in doppio CD del 2008, con in più tracce da 45 giri, demo e live); il secondo è probabilmente quello con le canzoni più amate (due eccellenti esempi? This Gift e Here Comes Sickness) ma secondo gli artefici il suo sound lamenta una certa piattezza; il terzo, l’unico a non essere stato prodotto dal gettonatissimo Jack Endino bensì da Conrad Uno, sfoggia una favolosa registrazione analogica effettuata con un banco a otto piste, ma eccetto Let It Slide e qualcos’altro è meno formidabile del precedente sotto il profilo del songwriting; gratificato pur’esso di una “deluxe” (2021), “Every Good Boy Deserves Fudge” è però il preferito di Turner, e questo fa sicuramente pendere a suo favore l’ago della bilancia. […]

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