Pierre Michon e Annie Ernaux
Pierre Michon e Annie Ernaux
di Maurizio Bianchini

[nell’immagine: Pierre Michon]

1.
La traduzione delle loro prove migliori, Vite minuscole del 1984 e Gli anni del 2006 (pubblicato l’anno scorso ma decollato in questo scorcio di stagione, grazie allo Strega Europeo), ha acceso anche da noi i riflettori su due stelle del romanzo francese ‘Carrère-Houellebecq-free’, Pierre Michon e Annie Ernaux, uniti da più d’un tratto in comune oltre l’età, 71 anni uno e 76 l’altra. Apparsi tardi sulla scena letteraria (nel ‘74 lei, con Gli armadi vuoti, dieci anni dopo lui con le Vite), hanno condiviso le illusioni del Maggio francese; devono a due ‘libri della vita’ che sarebbe riduttivo rubricare come romanzi, ignorando i molti generi che attraversano, dall’autobiografia di sé a quella del proprio tempo, al Bildungsroman, la loro fama, ma soprattutto offrono il meglio di quella letteratura di provincia (dalla quale provengono: Les Cards, nel Limosino, monsieur, e Yvetot in Normandia, madame), di cui si cercherebbe traccia invano nel nostro paese. Le moderne nazioni centralizzate, con un corpus di leggi stabili, un corredo simbolico, una consapevolezza del proprio ruolo e un comune sentire (o dissentire: vai alla voce Rivoluzione francese) delle quali la monarchia dei Borboni è stata il modello, hanno tutte, al loro centro, nucleo incandescente in cui il nuovo si crea e da cui si irradia, imitato o tacitamente respinto, dunque ineludibile, una capitale che in un solo caso è – ma ha aspirato in tutti gli altri ad essere – Parigi. Oltralpe anche la narrativa è Parigi o non Parigi; Illusioni perdute di Balzac è un romanzo parigino, Madame Bovary di Flaubert è un romanzo provinciale. Di contro ad una letteratura alta, istituzionale, l’Italia ha una tradizione regionale frammentata come la sua storia. Da noi, perfino Roma e Milano, per non dire della Sicilia, della Toscana, di Napoli e così via, fanno vernacolo, anche se ormai solo in tv. I confini tra Grande Littérature e roman de province sono più valicabili, più questione di toni e sfumature. Il viaggio di iniziazione a Parigi non esclude il ritmo lento e il respiro profondo della provincia. Un eccesso di temperamento è parigino; una nostalgia sottile è provinciale. Parigi è parlar brillante e pieno di sottintesi; bofonchiare lasciando intendere più che non dica è provincia (dopodiché al narratore restano solo le sue risorse). Ma al comune climat provinciale, Ernaux e Michon approdano dalle più opposte regioni dell’écrire francese – la clarté di Montaigne, Stendhal e Beauvoir per l’una; la tragédie di Racine, Rimbaud e Céline per l’altro. […]


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