Roberto Calasso.
Roberto Calasso.
di Maurizio Bianchini

HO L’IMPRESSIONE che, come la sua opera, anche la morte di Calasso non abbia ricevuto dai media l’attenzione e il riconoscimento che avrebbe meritato. Se n’è parlato poco, e quasi per dovere d’ufficio: tanti luoghi comuni e pochi spunti illuminanti. Quasi sempre l’editore ha avuto aggio sullo scrittore e il pensatore. Ma parlare dei libri pubblicati da Adelphi è più facile che inoltrarsi nei libri scritti dall’editore. Tanto più in occasione di commemorazioni che sembrano avere come scopo più di certificare l’appartenenza dei commemoranti a un regno della Kultur tanto prestigioso quanto immaginario, che di illuminare l’opera e l’eredità del commemorato. Ho provato a cercarne le ragioni, prima di escluderle tutte. Dallo stillicidio di morti della pandemia che ci ha resi meno sensibili alla morte (o forse solo più insensibili), alla mancanza di un ‘profilo mediatico’ adeguato. Calasso, avevo scritto in prima battuta, ‘ha tenuto la vita separata dall’opera’, ma ho cancellato poi perché frutto di ignoranza del modello di comunicazione peculiare dell’innominabile attuale, la cui pervasività risalta meglio nel monologo più meritatamente famoso di Nanni Moretti (anche perché va perfidamente oltre chi l’ha pronunciato): ‘Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?’ Se non vieni per niente. Profondamente democratica per l’ubiquità con cui ci avvolge, la nuvola del bla bla bla social-mediatico non consente a nessuno che abbia ‘rilevanza pubblica’ di starsene in disparte. Chi, vivo e attivo con la sua opera, diserti il palcoscenico mediatico, è semplicemente arruolato come assente. Una maschera, in quella commedia dell’arte che è ‘l’intrattenimento universale’. C’è, e ne parliamo, anche se non si veda, perché la sua opera (o per meglio dire i luoghi comuni con cui circola per essere riconoscibile) parla per lui, e proprio per la peculiarità che lo contraddistingue: tenere la vita separata dall’arte: la più estrema tra le strategie di ‘riconoscimento’. Ma non c’è modo nella società dello spettacolo di tenere la vita distinta dall’opera. E questo crea paradossi che Calasso avrebbe trovato degni, se su di essi si fosse puntato lo sguardo onnivoro. […]

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