Tim Buckley
Tim Buckley
di Riccardo Bertoncelli

Tim Buckley pubblicò il primo album quando aveva diciannove anni, il secondo a venti. Erano davvero strange days quelli del 1966 e '67, se un bel ragazzo con tratti cherubini non si spendeva per canzoncine pop ma cantava di allucinazioni, di stati alterati della mente, di tormentati amore in boschi di metafore. Allora non sembrava così strano e potevano starci tutt'e due le cose, l'angelico look acchiapparagazzine e madrigali psichedelici non proprio di facile ascolto. Un amico mi ha fatto notare di recente che le copertine di Tim Buckley sono curiosamente distoniche rispetto alla musica che suona nei dischi: fino a Greetings From L.A. c'è solo lui, primo piano o mezzo busto, in estasi flou o solarizzato, ma sempre lui (e in Starsailor la foto in posa sorridente sembra un affronto, con tutto quel che esplode dentro). Il fatto è che Tim era troppo bello per fare diversamente, e sia Jac Holzman alla Elektra sia Herb Cohen alla Straight la pensavano alla stessa maniera. David Browne, il migliore studioso di Tim con quella splendida biografia a due che è Dream Brother, racconta di un funzionario Elektra che quando Buckley fu scritturato fece un sondaggio a Los Angeles con un gruppo di ragazze tra i diciotto e i ventidue anni. “Le ragazze mi dissero.'Jim Morrison non ci interessa più'. 'Qualcuno ha preso il suo posto?', domandai. E loro: 'Tim Buckley. È bello, è incredibile, è fantastico.'”
Un CD uscito in queste settimane, Lady Give Me The Key. The Unissued 1967 Solo Acoustic Sessions, rievoca quella stagione. Sono provini acustici di canzoni che Buckley scrisse all'indomani dell'album d'esordio, agosto 1966, e che servirono da base per un singolo e per il secondo LP, Goodbye & Hello'. In quei tempi, i mesi erano lunghi come anni e il diciannovenne che aveva coronato presto il sogno di pubblicare a suo nome aveva già ripudiato l'esordio come infantile (“la mia Disneyland”) ed era volato via, alla ricerca di nuovi stimoli. Tim Buckley era stato registrato in due giorni, con canzoni che nella mente dell'autore erano invecchiate presto e l'impronta forte, troppo forte del boss della Elektra, Jac Holzman, e del suo produttore di fiducia Paul Rothchild. Buckley e il suo complice, il poeta Larry Beckett, sapevano di poter fare molto di più e con quello spirito, al limite dell'arroganza, rientrarono in studio ai Western Recorders di Hollywood e poi ai Western &Whitney di Glendale spendendo quattro settimane a fare e rifinire, appoggiandosi all'ex Lovin' Spoonful Jerry Yester ma intervenendo sul suo lavoro, suggerendo, decidendo. Non a caso Yester non figura come produttore ma come recording director, il minimo che gli spetti per il suo accanito lavoro di cura e arrangiamento. […]

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